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Lando Maria Sileoni (segretario Fabi): «Meno mutui, più commissioni. Le banche stanno diventando negozi finanziari»

Secondo quanto emerso da una ricerca della Fabi, nel 2020, oltre la metà dei ricavi totali (78,1 miliardi) delle banche arriva dalle commissioni (39,4 miliardi), mentre il credito garantisce ricavi inferiori (38,7 miliardi). La distanza tra le percentuali, 50,5% contro 49,5%, «sembra irrilevante, ma in realtà si tratta di un “sorpasso” storicamente importante che si riflette anche sulla clientela».

«Torna così alla ribalta il problema delle indebite pressioni commerciali per la vendita di qualsiasi tipo di prodotto allo sportello e l’attenzione corre verso i rischi di nuove stagioni di risparmio tradito», spiega il sindacato secondo cui gli istituti di credito «stanno diventando sempre più negozi finanziari, sempre meno orientate all’attività tradizionale, quella legata ai prestiti, e sempre più indirizzate a vendere prodotti di risparmio e anche assicurativi».

Le banche «puntano su attività poco rischiose (la vendita di prodotti finanziari, appunto) e mettono in qualche modo in secondo piano i prestiti, ambito reso sempre più complesso anche per le regole stringenti, forse troppo, scritte in Europa», spiega ancora la Fabi.

Quanto ai risultati nel dettaglio, sul totale di 78,1 miliardi di fatturato nel 2020, gli incassi legati ai prestiti (margine d’interesse), si sono attestati a quota 38,7 miliardi (49,5%), meno rispetto agli “altri ricavi”, che hanno raggiunto i 39,4 miliardi (50,5%), dei quali 29,9 (38,4%) miliardi derivanti da commissioni.

La scelta delle banche, tuttavia, non sembra essere particolarmente premiante: il roe (return on equity, ritorno sul capitale, cioè l’indice che misura la redditività di una banca) dopo aver toccato il picco nel 2018 attorno al 6% si è ulteriormente ridotto nel 2020, calando all’1,9% dal 5% dell’anno precedente.

Si tratta di una tendenza in atto da diversi anni, spiega la Fabi, «a partire dal 2015, come fotografa il grafico della Banca d’Italia, le banche hanno spostato la loro “attenzione” sulla vendita alla clientela di prodotti finanziari e assicurativi, puntando sempre meno sull’intermediazione creditizia ovvero sui finanziamenti sia alle imprese sia alle famiglie».

«L’argomento è di estrema importanza perché si incrocia con quello delle indebite pressioni commerciali subite dalle lavoratici e dai lavoratori bancari, a tutti i livelli, “spinti” a vendere sempre di più qualsiasi tipo di prodotto allo sportello: dalle carte di credito ai servizi bancari, dai prodotti finanziari a quelli assicurativi».

«Il ruolo delle crescenti, indebite pressioni commerciali sulle lavoratrici e sui lavoratori bancari è sempre più al centro dell’attenzione nei confronti tra le organizzazioni sindacali e l’Abi oltre che nell’ambito dei tavoli aziendali e di gruppo. L’attenzione è rivolta anche ai pericoli per la clientela a cui vengono offerti prodotti e servizi nelle filiali sempre più simili a negozi finanziari. Il rischio, in assenza di una inversione di rotta, è di trovarsi a dover gestire nuovi casi di “risparmio tradito”».

«La riduzione dei prestiti, e quindi dei ricavi derivanti da queste attività, è legata anche all’attenzione crescente della Banca centrale europea alla qualità del credito, con regole stringenti che portano a una riduzione degli impieghi. Tuttavia, ci sono spazi per le banche più lungimiranti che, per esempio, potrebbero finanziare le idee e i progetti delle imprese. Va tenuta sotto stretta osservazione, poi, questa fase di aggregazioni che produrranno, nel settore bancario, una concorrenza sfrenata», commenta il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni.

«Per quanto riguarda i ricavi, occorre ricordare che i fondi di investimento stranieri, tra i principali azionisti delle banche italiane, sono interessati esclusivamente ai dividendi e più sono alti, più gli amministratori delegati delle stesse banche preservano le loro posizioni di vertice. Tutto questo quadro» dice ancora Sileoni «potrebbe causare danni alla clientela bancaria, sia famiglie sia imprese, che, comunque, nell’ambito di un mercato libero e in piena concorrenza, potrà sempre scegliere le soluzioni più adeguate alle proprie esigenze».

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