Il presidente del Censis rilegge cinquant’anni di storia sociale italiana: dalla «molecolare spinta a diventare qualcosa di più» degli anni Settanta a una società che oggi difende soprattutto la ricchezza accumulata.
Ha ancora senso parlare di ceto medio?
La domanda, che nell’ambiente del Censis può suonare quasi paradossale, è il punto di partenza della lunga riflessione firmata da Giuseppe De Rita e pubblicata oggi, 5 ottobre 2026, sull’inserto del Foglio con il titolo «Benvenuti nella società cetomedista».
La sua tesi: l’Italia non ha soltanto un ceto medio, è diventata una «società cetomedista», e le basi del suo potere non sono più il «tanto lavoro» ma «l’alta componente patrimoniale».
Le radici negli anni Settanta
De Rita fa partire tutto dalla metà degli anni Settanta, il decennio delle tensioni post-sessantottine, dell’autunno caldo, del terrorismo culminato negli omicidi di Moro e Bachelet, della crisi economica e dei conflitti sociali.
Allora molti osservatori prevedevano un tracollo del sistema.
Il Censis, ricorda l’autore, fu tra i pochi a scommettere sulla capacità degli italiani di resistere: milioni di persone, anche le più povere, si rimboccarono le maniche, spesso attraverso l’economia sommersa, arrangiandosi e sfruttando la coazione a sopravvivere di milioni di piccoli imprenditori.
In quegli anni, scrive De Rita, nella mente degli italiani circolava «una combinata tensione: all’agiatezza, ai consumi paragonabili a quelli dei precedenti “signori”».
Da lì nacque «quella molecolare spinta a diventare qualcosa di più».
La cetomedizzazione non fu la crescita di una classe, ma una modifica profonda dell’intera società, orizzontale e molecolare: braccianti e mezzadri diventati coltivatori diretti, terzisti divenuti imprenditori, lavoratori dipendenti che aprivano piccole attività, un terziario in espansione.
All’avvocato Agnelli che chiedeva chi fosse dentro il ceto medio, ricorda De Rita, si poteva rispondere: «Tutti, tranne qualcuno che legge, qualche miliardo di sottoproletari e quasi tutti gli immigrati».
I motori: famiglia, territorio, cultura cattolica
Tra gli alleati del processo l’autore indica l’associazionismo di categoria, le banche locali, le reti del volontariato e soprattutto la cultura cattolica, dal collateralismo della Coldiretti alla dottrina sociale della Chiesa.
E la famiglia, diventata una sorta di impresa collettiva che ha fatto del «reddito familiare composito», cavallo di battaglia del Censis, la chiave di una crescita fatta di risparmio, casa di proprietà e investimento sui figli.
I numeri di oggi
Sul piano quantitativo il bilancio è netto.
Sul fronte dell’occupazione, sottolinea De Rita, «abbiamo toccato il record del numero di occupati: più di 24 milioni».
E le attività reali delle famiglie, cioè la ricchezza patrimoniale, «ammontano complessivamente a più di 6.700 miliardi di euro (tre volte il Pil)».
A questi si aggiunge un portafoglio di attività finanziarie arrivato a sfiorare i 6.500 miliardi, con una liquidità accantonata di circa 1.600 miliardi, cresciuta del 125 per cento tra il 1985 e il 2025.
Una società agitata ma insicura
Il rovescio della medaglia è un ceto medio che negli ultimi decenni si è progressivamente isolato, deluso dall’inceppamento dell’ascensore sociale e privo di una rappresentanza politica capace di interpretarlo.
Il risultato, nelle parole di De Rita, è una società «agitata ma insicura; piena di aspettative, ma senza un traguardo da perseguire», con «una grande serietà di lavoro, ma con quasi un’ossessione per il denaro».
La sfida per la politica
La conclusione guarda avanti.
La società cetomedista, scrive il presidente del Censis, sarà «particolarmente attenta e interessata alla difesa delle basi del suo potere», che oggi sono quelle patrimoniali.
L’attenzione verso la politica si giocherà sulla tutela, sulla valorizzazione e sulla transizione ereditaria della ricchezza accumulata: lo dimostrano il crescente ricorso a operatori finanziari sofisticati e il fatto che, nell’ultimo anno, una transazione immobiliare su tre abbia riguardato eredità.
«Il futuro (fiscale e no) del patrimonio accumulato è quindi la materia più delicata e difficile da trattare», conclude De Rita: un compito difficile, «ma almeno più ricco rispetto al continuo lamentarsi di disuguaglianze, squilibri e paure di regressione».








