Nei giorni passati la stampa si è molto occupata dello “scandalo” rappresentato dal fatto che gran parte del gettito dell’Irpef è versato dai lavoratori dipendenti e pensionati con redditi compresi tra i 35-40 mila euro e i 100-150 mila.
Infatti, i redditi più bassi, quelli operai, sono stati sostanzialmente tutelati dai sindacati e dai governi, compresi quelli di destra, mentre le classi medie con redditi di lavoro e pensione sono risultate sostanzialmente prive di rappresentanza politica.
È incredibile come questa, che da molto tempo rappresenta una caratteristica strutturale dell’imposta, venga considerata e presentata come una “notizia”!
In realtà, fin dall’inizio, e progressivamente sempre di più, la base imponibile della nostra imposta sul reddito è stata svuotata con l’esclusione di intere categorie di reddito che sfuggono, non solo di fatto, ma anche di diritto alla progressività, e anche al prelievo tout court.
Si tratta dei redditi di capitale, di quelli dell’agricoltura, di quelli dei fabbricati, dei fitti e, più recentemente, di buona parte dei redditi da lavoro autonomo e da impresa minore, i forfettari, mentre sempre più numerose deroghe, bonus vari, incentivi e agevolazioni vengono richiesti, proposti o sono allo studio.
Siamo di fronte quindi ad un fisco à la carte, a un fisco corporativo, un fisco utilizzato per ricercare il consenso politico-elettorale di singoli settori della popolazione, o più precisamente dei portatori di interessi organizzati.
Senza dimenticare il sostegno esplicito, e talvolta teorizzato, all’evasione e agli evasori.
Questa situazione non solo determina intollerabili disparità di trattamento, ma anche sostanziali inefficienze allocative nell’economia.
Non c’è quindi nulla di cui meravigliarsi.
Anzi sorprende che periodicamente gli organi di stampa “caschino dal pero” quando vengono pubblicati dati che dovrebbero essere ben noti.
Così come sorprende che questa situazione non sia diventata argomento centrale di lotta politica da parte di nessun partito, né del sindacato, salvo declamazioni general-generiche.
Il sindacato, anzi, negli ultimi tempi, nella difficoltà di aumentare i salari attraverso la contrattazione, ha cominciato a chiedere sgravi fiscali attraverso il welfare aziendale o la detassazione degli incrementi contrattuali, senza riflettere sul fatto che questa linea risulta in contrasto con la storia, la cultura e le lotte passate del movimento operaio italiano.
Questa situazione porta a esiti del tutto paradossali.
Prendiamo il caso di un contribuente lavoratore indipendente evasore che occulta il 60-65% dei suoi ricavi e redditi, percentuale che, come è noto, rappresenta la media dell’evasione della sua categoria di appartenenza, e dichiara 85 mila euro di fatturato e quindi paga il 15% su un reddito determinato forfettariamente in sostituzione di Irpef, Iva, Irap, se dovuta, e addizionali regionali e comunali.
Ebbene, tenendo conto che i suoi 85 mila euro corrispondono in realtà, grazie all’evasione, a circa 200 mila euro effettivi, è facile calcolare che il risparmio di imposte rispetto a un lavoratore dipendente con lo stesso reddito risulta di circa 80 mila euro l’anno!
Questa è la situazione attuale cui si aggiungono gli effetti, comuni ad altri Paesi, derivanti dalle politiche seguite negli ultimi decenni a livello globale che hanno prodotto un crollo dei redditi di lavoro dal 60-70% del valore aggiunto al 50%, e anche meno, e al 40% di quelli da lavoro dipendente, hanno mantenuto sostanzialmente invariato, o accresciuto, il prelievo fiscale e contributivo sui ceti medi, mentre le aliquote più elevate dell’imposta sul reddito venivano ridotte di 10-20 punti, quelle sui profitti societari venivano dimezzate, quelle di successione fortemente ridotte se non azzerate.
Senza dimenticare le enormi possibilità di elusione delle grandi imprese multinazionali, la detassazione dei manager, ecc., ecc.
È con questa realtà che bisognerebbe fare i conti.








