Pochi laureati, docenti poco motivati, spesa per l’istruzione sotto la media.
Ma anche un calo netto della dispersione scolastica e dei Neet, trainato dal rilancio dell’istruzione tecnica e professionale.
È il quadro a luci e ombre che emerge per l’Italia dal rapporto Ocse “Education at a Glance 2026”, pubblicato come ogni anno in coincidenza con la riapertura delle scuole e dedicato al confronto tra i sistemi educativi dei 38 Paesi membri dell’organizzazione.
A leggerlo, in un’analisi firmata sul Sole 24 Ore, è l’ex ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi.
Le criticità
Il primo dato è anche il più pesante: l’Italia resta nelle ultime posizioni delle classifiche internazionali per numero di laureati, appena il 22% degli adulti in età lavorativa, circa la metà della media Ocse.
A questo si sommano la scarsa motivazione e preparazione degli insegnanti, il 15% dei quali ha svolto altri mestieri prima di salire in cattedra, ripiegando su un impiego malpagato ma relativamente sicuro, e il calo degli iscritti, legato al declino demografico ma anche alla scarsa capacità di attrarre studenti dall’estero.
Infine la spesa: il Paese destina all’istruzione, dalla primaria alla post-secondaria, il 2,7% del Pil, contro il 3,1% dell’area Ocse.
I risultati
Il rapporto riconosce però progressi notevoli.
La quota di giovani senza diploma è scesa in pochi anni dal 26% al 19%, soprattutto grazie al rilancio della scuola tecnica e professionale avviato con la legge 99/2022 del governo Draghi.
Una riforma che, secondo Bianchi, che ne fu tra i responsabili diretti, ha riportato in classe molti ragazzi a rischio dispersione e offerto una strada credibile verso il lavoro in un Paese che ha ancora nella manifattura la sua chiave di volta.
La legge ha dato ai percorsi tecnici e professionali anche una prospettiva terziaria, con gli Its, gli Istituti tecnici superiori, nati da progetti condivisi tra atenei, scuole e imprese per coniugare formazione teorica ed esperienza sul campo.
Il nodo del mercato del lavoro
Sul versante universitario, invece, i risultati delle lauree triennali restano deboli.
Dal rapporto emerge che le imprese non riconoscono la triennale come un titolo superiore al diploma e non la premiano con salari più alti.
Le aziende danno peso alle lauree magistrali, ma soprattutto ai master ben identificati, mentre non attribuiscono vantaggi economici nemmeno al dottorato di ricerca, percepito per lo più come una porta d’ingresso alla carriera accademica e non come un contributo alla crescita delle imprese.
Le proposte
Da qui l’invito a ripensare l’intero percorso educativo, rafforzando a ogni livello l’interazione tra scuola e lavoro.
L’esperienza degli Its, osserva Bianchi, mostra che è necessario incrociare i diversi livelli di istruzione e coinvolgere fin da subito le academy aziendali, che stanno nascendo anche in Italia, fino a costruire un sistema formativo unico e coerente, soprattutto sull’uso delle nuove tecnologie.
Le forti differenze territoriali segnalate dall’Ocse richiedono poi un grande lavoro di coordinamento tra le regioni, per favorire la mobilità dei tecnici su scala nazionale ed europea.
E servono scuole capaci di attrarre studenti internazionali, non solo facendoli sentire accolti ma preparandoli a lavorare e crescere in un Paese dove la mancanza di manodopera qualificata sta diventando il vero freno allo sviluppo.
La conclusione è di respiro più ampio: il rapporto va letto come un’occasione per ritrovare la via della crescita, smarrita, secondo Bianchi, da quando quasi vent’anni fa l’Europa non rispose unita alla crisi nata negli Stati Uniti e ogni Paese si rifugiò in un sovranismo che non reggeva il confronto con le grandi sfide arrivate dagli Usa e oggi anche dalla Cina, dove, in modi diversi, si è investito moltissimo in educazione e ricerca.








