L’annuncio a sorpresa del voto anticipato in Spagna, fissato per il 29 novembre, inaugura un ciclo elettorale che rischia di cambiare in profondità il volto dell’Unione europea.
Come osserva Nathalie Tocci in un’analisi pubblicata su La Stampa, nei prossimi dodici mesi sono in calendario otto appuntamenti elettorali nazionali nei Paesi Ue: quattro riguardano grandi Stati membri – Francia, Italia, Polonia e Spagna – mentre gli altri interesseranno Finlandia, Grecia, Estonia e Slovacchia.
Tra i grandi, soltanto la Germania resterà fuori dalle urne fino al 2029, a patto che la grande coalizione del cancelliere Friedrich Merz arrivi a fine legislatura.
Il punto, secondo Tocci, è semplice quanto inquietante: se in tutti questi Paesi il voto premiasse l’estrema destra, il progetto europeo potrebbe implodere.
Lo spostamento a destra già in atto
Le dinamiche politiche nazionali si riflettono inevitabilmente a Bruxelles.
La composizione del Consiglio europeo mostra già una netta virata a destra, mentre al Parlamento europeo la maggioranza europeista formata da popolari, socialisti, liberali e verdi sopravvive ormai più nella narrazione che nei fatti.
Sempre più spesso, nelle scelte politiche e legislative, emerge una maggioranza alternativa, apertamente euroscettica, che unisce il Partito popolare europeo e le formazioni di estrema destra.
Al Ppe conviene negare l’evidenza, continuando a trarre legittimità dalla coalizione europeista e vantaggi politici dall’intesa con gli euroscettici.
Ma le decisioni su deregolamentazione, arretramento sulle politiche climatiche e stallo nella governance digitale – presentate sotto l’etichetta della competitività – sono, per l’autrice, i segnali di una lenta erosione dell’integrazione europea.
L’asincronia che ha salvato l’Ue
Finora l’Unione ha retto grazie al fatto che i cicli politici nei diversi Paesi non procedono all’unisono.
Lo dimostrano gli ultimi mesi: le elezioni nei Paesi Bassi, con la sconfitta dell’estrema destra e l’avanzata dei liberali; il voto storico in Ungheria, dove la sconfitta di Viktor Orbán ha smentito chi temeva un punto di non ritorno nella deriva autoritaria; e infine la Svezia, con il calo dell’estrema destra che sosteneva dall’esterno il governo di centrodestra e il ritorno dei socialdemocratici.
A differenza degli Stati Uniti, l’Europa conserva un’eterogeneità politica che frena i cambiamenti improvvisi e radicali: un limite per le ambizioni di integrazione, ma anche un argine contro la disgregazione.
Un argine che potrebbe cedere
È proprio questo argine, avverte Tocci, a rischiare di crollare.
È plausibile, se non probabile, che tutti e quattro i grandi Paesi chiamati al voto registrino un netto spostamento verso l’estrema destra.
Se tutti gli otto Paesi passassero in mano a forze di questo tipo, sommandosi a quelli dove già governano, non si raggiungerebbe una maggioranza qualificata nel Consiglio Ue, ma si formerebbe una minoranza di blocco in grado di affossare definitivamente l’agenda di integrazione delineata nei rapporti Draghi e Letta, già in difficoltà.
Il problema, però, non sarebbe soltanto numerico ma anche qualitativo.
L’approccio di Giorgia Meloni all’Ue cambierebbe probabilmente in modo radicale se al tavolo sedessero Marine Le Pen, Jarosław Kaczyński e Alberto Núñez Feijóo – sostenuto da Santiago Abascal di Vox – al posto di Emmanuel Macron, Donald Tusk e Pedro Sánchez.
Un effetto di reciproco rafforzamento e radicalizzazione a destra sarebbe quasi scontato.
Allora non si assisterebbe più alla lenta erosione del progetto europeo, ma a qualcosa di molto più rapido: un’implosione, magari silenziosa.
La lezione britannica
Il rischio, conclude l’analista, è che si continui a scrollare le spalle, con la memoria sempre più sbiadita di un passato fatto di nazionalismi, violenza e distruzione.
Paradossalmente, a riconoscere l’autolesionismo dei nazionalismi è oggi il Regno Unito, il primo a cedere alle sirene di un falso sovranismo, che ora comincia ad ammettere quel colossale errore proprio mentre altri grandi Paesi europei rischiano di cadere nella stessa trappola.








