Per anni è stato il volto della scienza investigativa italiana.
Oggi Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma, si ritrova al centro di una polemica che rischia di offuscarne l’intera carriera.
A sollevare il caso è Maurizio Belpietro, che nell’editoriale pubblicato su Panorama del 7 ottobre 2026, dal titolo “Il camice di Garofano si è sporcato”, ripercorre l’ascesa e la caduta di quello che fu il simbolo delle indagini scientifiche in tv.
Il direttore di Panorama parte da un ricordo personale.
Anni fa Maurizio Costanzo, che teneva una serie di incontri alla scuola di Polizia, gli chiese di spiegare ai questori come si fa comunicazione.
Belpietro scelse proprio Garofano come esempio: allora colonnello dei Carabinieri, già famosissimo, compariva ogni sera sulle principali reti con il suo camice bianco, nella villetta di Cogne o nei sopralluoghi, con la precisione di un chirurgo.
Quella pubblicità gratuita, spiegò ai funzionari, aveva “spazzato via” la Polizia scientifica, che appariva vecchia e con mezzi arcaici.
Dopo Cogne arrivò il caso della contessa Vacca Agusta, scomparsa dalla sua villa e ritrovata cadavere mesi dopo nelle acque della Costa Azzurra.
“Con due soli casi e un laboratorio a Parma”, disse Belpietro ai questori, i Ris avevano fatto arretrare la Polizia nella considerazione dell’opinione pubblica.
Garofano, vent’anni fa, cambiò davvero le regole della comunicazione investigativa.
Lui e il suo team in tuta candida sembravano in grado di risolvere ogni mistero: più che agli interrogatori o ai riscontri delle testimonianze, la soluzione dei gialli pareva affidata a loro.
Un protagonismo che, secondo l’editoriale, avrebbe infastidito perfino i vertici dell’Arma: all’improvviso, all’apice della notorietà, Garofano si congedò e i Carabinieri gli concessero di andarsene con i gradi di generale.
Da allora la sua carriera si è appannata.
È diventato consulente, per di più per conto dell’indagato di una sua vecchia indagine: Andrea Sempio, uno dei protagonisti del giallo di Garlasco.
E proprio il delitto di Chiara Poggi, il caso che lo aveva fatto conoscere in tutta Italia e aveva accreditato l’infallibilità degli scienziati in divisa, rappresenta secondo Belpietro il capolinea di una carriera folgorante.
Garofano si difende nei talk show, accusato di aver condotto male le indagini, tanto da aver contribuito alla condanna di un innocente.
In tv lo chiamano ironicamente il “generale Fonzie”, come il personaggio della celebre sitcom che non riesce mai ad ammettere di aver sbagliato.
Il colpo di grazia, scrive Panorama, è arrivato con un comunicato della Procura di Vigevano, in cui si ammette che i Carabinieri del Ris, il reparto allora diretto da Garofano, sapevano da vent’anni che il sangue trovato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi non era di Chiara.
Un falso sul quale, però, i giudici hanno basato la condanna a 16 anni di carcere.
La morale, conclude Belpietro, con la sempre più probabile revisione del processo, non lascia soltanto l’amaro in bocca per un apparato dello Stato che, invece di cercare la verità, puntava a incastrare qualcuno da offrire all’opinione pubblica.
Dimostra anche che, anni fa, davanti ai questori, era lui a sbagliare: non bastano un camice bianco e una sceneggiata davanti alle telecamere per fare un buon investigatore e risolvere un delitto.








