Dal Brasile alla Spagna, dalla Francia alla Germania, le forze progressiste arrancano. Eppure, secondo l’analisi del politologo Gianfranco Pasquino pubblicata oggi sul quotidiano Domani, proprio la sinistra italiana potrebbe trovarsi in una inattesa posizione di vantaggio. A patto di non sprecarla.
Il quadro internazionale è poco incoraggiante.
In Brasile Lula, ottantenne, ha tre settimane per recuperare due milioni di voti di distacco da Flavio Bolsonaro.
In Spagna Pedro Sánchez affronta da sfavorito le elezioni anticipate di fine novembre, convocate dopo un’ondata di proteste popolari e la bocciatura di due suoi decreti, contro una destra che comprende gli estremisti di Vox.
In Francia l’ombra di Marine Le Pen si allunga sulle presidenziali della primavera 2027, mentre in Germania l’avanzata di Alternative für Deutschland ha rallentato ma è tutt’altro che esaurita.
In questo scenario, osserva Pasquino citando il giudizio di molti commentatori, la sinistra che tiene e rischia perfino di vincere è quella italiana: “In un mondo di ciechi, beato chi ha un occhio”.
Il vantaggio italiano
Secondo il politologo, il vantaggio dipende da due fattori: il centrosinistra non è al governo ed è effettivamente plurale.
Nei sondaggi questo basta a renderlo competitivo, potenzialmente vincente, persino con la legge elettorale che la destra si appresta a varare, che potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol.
Un’operazione, ricorda Pasquino, che la sinistra italiana conosce bene: l’ha già praticata e potrebbe tentarla ancora.
Il programma non basta
A chi invoca soprattutto il programma, Pasquino replica che le priorità tematiche sono solo uno dei tre elementi che motivano il voto, e non necessariamente il più importante.
Contano molto, specie quando si costruiscono coalizioni, l’intensità dell’identificazione con il partito e la leadership, con il suo fascino, la sua competenza e la sua esperienza.
Per il campo largo all’italiana resta dunque molto da fare, sapendo che i tempi li può dettare il governo Meloni, accorciandoli o allungandoli per sfruttare eventuali errori della sinistra e recuperare i voti finiti a Vannacci e quelli di chi teme il cambiamento.
Il rischio del contagio
Il paradosso, conclude l’analisi di Domani, è che il campo progressista italiano, in condizioni migliori dei suoi omologhi d’oltralpe, potrebbe essere danneggiato dalle eventuali sconfitte del Psoe e della gauche plurielle francese.
Se vincessero le destre, da Vox agli alleati di Le Pen, il compito della sinistra italiana diventerebbe ancora più cruciale e complicato.
Senza un governo di sinistra in Italia, l’Unione europea finirebbe sotto il tiro dei sovranismi che puntano a indebolirne strutture e comportamenti, con la soddisfazione di Donald Trump e Vladimir Putin.
Davanti a queste prospettive, chi è chiamato ad allargare il campo dovrebbe assumersi la responsabilità di rivolgersi agli elettori con una leadership credibile, organizzazioni di partito non troppo personalizzate e priorità economico-sociali condivise, fondate – per usare la formula di Claudio Martelli – su meriti e bisogni.
“Tremino le vene ai polsi”, scrive Pasquino, “ma questo lavoro ha da cominciare”.








