Il voto finale sulla riforma elettorale non sembra più il vero passaggio decisivo.
L’attenzione si sposta già dal Parlamento alla Corte costituzionale, come se l’approvazione definitiva fosse scontata.
La maggioranza dà per acquisito il «sì» e allontana il rischio che i franchi tiratori affossino la riforma e il governo.
Qualche timore però resta: altrimenti, osserva Massimo Franco nella sua Nota sul Corriere della Sera, l’esecutivo non avrebbe chiesto la fiducia.
Subito dopo si aprirà il capitolo dei ricorsi.
Per le opposizioni i dubbi di incostituzionalità sono certezze, e preparano una raffica di ricorsi alla Consulta contro il nuovo sistema.
Il punto più delicato, però, riguarda la coalizione di governo.
Forza Italia e Lega ritengono «ragionevole» attendere il verdetto dei giudici costituzionali prima di tornare alle urne.
In questo modo la legislatura durerebbe il più a lungo possibile, e gli alleati avrebbero più tempo per rafforzarsi e ridimensionare l’estrema destra di Roberto Vannacci.
Giorgia Meloni la vede in modo diverso.
Ufficialmente Fratelli d’Italia ribadisce di voler arrivare a settembre 2027.
Ma si fa strada l’idea di anticipare il voto a maggio: così si eviterebbe il rischio di una bocciatura, totale o parziale, della riforma e si incasserebbe subito un risultato favorevole.
Il Quirinale potrebbe firmare la legge e lasciare alla Corte il giudizio definitivo.
Resta da capire come giustificare uno scioglimento anticipato.
Secondo Franco, solo una decisione presa d’intesa con il capo dello Stato lo renderebbe possibile.
Gli argomenti non mancano: votare insieme alle grandi città per risparmiare tempo e denaro, e mettere al sicuro la prossima legge di Bilancio evitando una campagna elettorale d’estate.
Sono motivi che Sergio Mattarella, a cui spetta il potere di sciogliere le Camere, potrebbe accettare, purché l’opposizione sia sostanzialmente d’accordo.
Eventuali forzature del governo complicherebbero tutto.
Che la corsa stia accelerando lo dimostrano anche le mosse degli avversari.
Giuseppe Conte, leader del M5S, fa sapere che le primarie di gennaio per scegliere il candidato premier sarebbero troppo tardive, perché il voto si avvicina.
La segretaria del Pd, Elly Schlein, insiste che «prima si va alle urne meglio è», pur contando sulla preferenza di FI e Lega per il rinvio.
La tensione è alta, anche dopo che Conte ha rivelato che Schlein ha rifiutato di fare un passo indietro per lasciare spazio a un terzo nome come candidato premier.
L’intreccio tra Consulta, data del voto e candidature resta aperto.
Ma se la riforma elettorale passerà, avverte Franco, è probabile un rapido effetto domino.








