Uno studio globale di Zurich e Oxford su oltre 11 mila lavoratori in 16 Paesi lega la capacità di adattamento alle performance. L’Italia sotto la media mondiale.
Nella vita privata come in ufficio, saper reagire ai cambiamenti fa la differenza.
E non solo per il singolo: la resilienza delle persone incide sui risultati dell’intera organizzazione.
È quanto emerge dal “Global People Resilience Study”, la ricerca realizzata da Zurich Insurance Group e Oxford Research & Development Partners, ripresa dal Sole 24 Ore.
L’indagine ha coinvolto 11.175 adulti in età lavorativa in 16 Paesi, con campioni nazionali compresi tra 499 e 1.110 partecipanti.
Gli intervistati hanno tra i 18 e i 69 anni (età media 38) e il campione è pressoché bilanciato per genere: 49% donne, 51% uomini.
I mercati analizzati sono Australia, Brasile, Cile, Germania, Hong Kong, Indonesia, Irlanda, Italia, Malesia, Messico, Paesi Bassi, Spagna, Svizzera, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti.
Performance doppie
Il primo dato è netto: esiste “una forte correlazione tra la resilienza personale e la performance sul lavoro”.
I dipendenti con i livelli di resilienza più elevati dichiarano performance buone o eccellenti con una frequenza doppia rispetto ai colleghi meno resilienti.
Per misurare il fenomeno il rapporto introduce il Personal Resilience Index di Zurich, sviluppato con Oxford, che valuta la capacità di affrontare e prepararsi ai cambiamenti attraverso cinque dimensioni interconnesse: psicologica, fisica, sociale, finanziaria e digitale.
Uno strumento che, secondo gli autori, può aiutare “le organizzazioni a individuare opportunità concrete per rafforzare la preparazione e la capacità di adattamento della forza lavoro”.
I più resilienti sono anche i migliori ambasciatori dell’azienda: hanno una probabilità oltre quattro volte maggiore di raccomandare il proprio datore di lavoro all’esterno e registrano un “Employee Net Promoter Score” superiore di 75 punti rispetto a chi ha indici più bassi.
Il nodo finanziario
La resilienza si può costruire, e lo studio indica dove intervenire.
A livello globale la dimensione finanziaria è la più fragile, ma anche quella che, una volta rafforzata, pesa di più sulla resilienza complessiva.
“Solo il 51% dei lavoratori ritiene di poter affrontare con sicurezza alcuni mesi in assenza di reddito e solo il 61% pensa che la propria copertura assicurativa sia adeguata alle proprie esigenze”, si legge nel rapporto.
Un punto delicato, perché gli imprevisti hanno conseguenze rapide su lavoratori e imprese.
Una malattia prolungata, un’improvvisa perdita di reddito, l’assistenza a un familiare o danni alla casa possono generare pressioni economiche che minano concentrazione, produttività e fiducia sul lavoro.
Per la prima volta questo impatto viene misurato e diventa un fattore di danno non solo per il dipendente ma anche per l’azienda.
L’effetto dell’intelligenza artificiale
Tra le novità c’è l’impatto dell’AI.
La capacità di adattamento in ambito digitale sta diventando una componente sempre più importante della preparazione della forza lavoro.
“Chi utilizza regolarmente l’AI generativa registra livelli di resilienza più elevati, suggerendo che la fiducia nella capacità di utilizzare e affrontare le nuove tecnologie potrebbe incidere sempre più sulla capacità dei dipendenti di adattarsi al cambiamento”, osserva lo studio.
L’Italia sotto la media
E l’Italia?
Nel Personal Resilience Index il nostro Paese si ferma a 4,05 punti, sotto la media globale di 4,11, in una scala che tra i mercati analizzati va da un minimo di 3,82 a un massimo di 4,38.
Il ritardo italiano si osserva, con scarti contenuti, in tutte e cinque le aree: psicologica, fisica, sociale, finanziaria e digitale.








