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Le Monde: “La premier Meloni rompe il tabù sul nucleare dopo 40 anni” | Lo scenario

A quarant’anni dall’addio all’energia atomica, la premier punta all’avvio dei primi reattori nel 2033 o 2034. La ricostruzione di una filiera potrebbe in teoria ridurre la forte dipendenza italiana dal gas.

Giorgia Meloni parla di nucleare fin dal suo arrivo al potere nel 2022 e lo ripete oggi, mentre il suo mandato si avvia a conclusione tra un anno.

Quarant’anni dopo aver abbandonato l’atomo, l’Italia – promette – tornerà a questa fonte di energia.

A scriverlo è il quotidiano francese Le Monde, in un articolo firmato dal corrispondente da Roma Allan Kaval.

«Abbiamo rotto un tabù, abbiamo riaperto la strada al nucleare», ha detto la premier ai suoi sostenitori il 4 settembre, giorno in cui il suo governo ha battuto il record di longevità della storia repubblicana (quasi quattro anni).

Con una disciplina di bilancio che le ha garantito il favore dei mercati finanziari, la presidente del Consiglio, espressione di un partito nato dal neofascismo, ha rinnovato le sue intenzioni su una tecnologia che evoca, nei discorsi politici, la potenza ritrovata, la sovranità nazionale e consente di eludere la questione delle rinnovabili, poco amate dall’estrema destra europea.

L’ambizione si è fatta più concreta il 24 settembre, quando il Senato ha approvato un testo che concede al governo dodici mesi per riscrivere il quadro normativo del nucleare.

L’esecutivo punta allo sviluppo di piccoli reattori modulari e della fusione nucleare, con l’obiettivo di mettere in funzione i reattori nel 2033 o 2034.

Se Roma parla del nucleare come di una soluzione innovativa, una parte dell’opinione pubblica vi vede piuttosto un ritorno al passato.

Gli italiani scelsero infatti con un referendum, nel 1987, dopo la catastrofe di Chernobyl, di chiudere le quattro centrali del Paese, che coprivano appena il 4% della produzione nazionale di elettricità.

Una scelta confermata nel 2011 dopo il disastro di Fukushima, in Giappone.

La popolazione resta divisa.

A giugno l’istituto YouTrend rilevava che il 46% degli italiani aderiva all’idea di una tecnologia capace di dare al Paese l’indipendenza energetica; il 47% era preoccupato per i rischi legati alle scorie radioattive, mentre il 42% degli intervistati esprimeva timori per possibili incidenti nelle centrali.

La filiera nucleare italiana è tutta da ricostruire, anche se alcuni attori nazionali del settore continuano a operare all’estero, come Ansaldo in Romania e Walter Tosto, coinvolta nel programma internazionale ITER sul reattore a fusione nucleare.

«Forse è uno degli aspetti meno noti del dibattito italiano. Abbiamo rinunciato alla produzione elettronucleare, ma non abbiamo perso le competenze in questo settore. È già un buon punto di partenza», assicura a Le Monde Nicola Ippolito, direttore della divisione nucleare del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

L’“affissione politica”

Resta da istituire un’autorità nazionale, mentre la possibile localizzazione delle centrali o dei siti di stoccaggio delle scorie suscita già polemiche locali, come in Puglia.

Anche la questione del finanziamento è ancora del tutto aperta.

Per gli industriali del Nord Italia, la prospettiva di un rilancio del nucleare potrebbe in teoria ridurre la forte dipendenza del Paese dal gas naturale, fonte di energia esposta alle tensioni geopolitiche.

Ma per Matteo Giacomo Di Castelnuovo, professore all’Università Bocconi di Milano ed esperto di economia dell’energia, le ambizioni dichiarate dal governo in questo settore mascherano male i suoi insuccessi sul piano della transizione energetica e della sicurezza degli approvvigionamenti: «L’esecutivo ha ereditato una crisi che non si è dato i mezzi di risolvere.

Invece di diversificare le fonti energetiche puntando sulle rinnovabili, ha diversificato i fornitori di gas spostandosi dalla Russia verso il Nord Africa e gli Stati Uniti, in un contesto di prezzi in aumento.

L’Italia è tra i Paesi in cui il prezzo dell’elettricità è più alto».

Confindustria stimava a fine 2025 che il prezzo dell’elettricità in Italia fosse superiore del 30% alla media europea.

Secondo il docente, l’attivismo del governo sul nucleare contrasta con i blocchi sul fronte delle rinnovabili, in perdita di velocità dal 2025.

«Il contesto normativo frena lo sviluppo del solare e dell’eolico.

Inoltre, la concezione dei piccoli reattori modulari si inserisce in una logica di lungo periodo che non consente di abbassare i prezzi.

È una questione di affissione politica», sostiene Di Castelnuovo, secondo cui la «via del nucleare» tracciata dal governo mobilita risorse amministrative e finanziarie che potrebbero essere utilizzate per accelerare la transizione verso le rinnovabili e ritarda l’abbandono dei combustibili fossili.

«Quando il governo parla di nucleare, si può sospettare che sia un pretesto per non cambiare nulla.

Le misure annunciate sono in realtà compatibili con il sostegno alle fonti fossili», giudica dal canto suo Matteo Leonardi, del centro di ricerca sull’energia ECCO.

Il colosso nazionale degli idrocarburi, ENI, controllato dallo Stato e storicamente legato allo sfruttamento del gas naturale, resta un attore di primo piano della politica e della diplomazia italiane.

Non a caso, a Bari, il 4 settembre, Giorgia Meloni ha evocato nello stesso discorso il ritorno al nucleare e l’aumento «della quota di petrolio che può essere estratta dai nostri mari», facendo riferimento alla ripresa dell’esplorazione e della produzione di idrocarburi nell’Adriatico, al largo della Basilicata e della Sicilia.

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