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Populismo: la fine della lotta di classe è la sua forza segreta | L’editoriale di Giuliano Ferrara

Non è il tradimento delle élite progressiste ad aver allontanato il popolo dalla sinistra, ma la scomparsa stessa della lotta di classe, «un grande mito sociale della nostra epoca».

È la tesi che Giuliano Ferrara sviluppa in un editoriale pubblicato su Il Foglio, rovesciando una delle letture più diffuse sulla crisi delle sinistre occidentali.

Il mantra della sinistra tradita

Secondo Ferrara, si ripete ogni giorno che le sinistre globaliste avrebbero «voltato le spalle al popolo», dimenticando le regole della lotta di classe e abbracciando forme estreme di liberismo e individualismo, perdendo così il consenso tradizionale.

Una «filastrocca consolatoria», la definisce il fondatore del Foglio, accompagnata dall’idea che basti recuperare il vecchio canone socialista, magari aggiornato con nuove teorie sui diritti individuali e sociali: la casa in Spagna, la scuola in Francia, la salute in Italia, il fisco negli Stati Uniti all’insegna del «tax the rich».

Il nuovo modello, osserva, sarebbe il comunitarismo dei socialisti americani, pronto a grandi battaglie contro la minoranza dei ricchi e contro feticci come la disumanizzazione tecnologica, la nuova povertà e l’ingiustizia sociale nei servizi essenziali.

Il rovesciamento della prospettiva

Ma per Ferrara potrebbe essere vero «precisamente l’opposto».

Sono le classi popolari ad aver «consumato e rigettato l’esperienza dello statalismo, della rappresentanza di partito», cercando altrove la chiave della propria soggettività sociale e cambiando «timbro di voce, modello e scala dei loro criteri di giudizio».

L’editorialista passa in rassegna gli elettori che votano Trump o Vance a Detroit e in Pennsylvania, la famiglia Bolsonaro a San Paolo e Rio de Janeiro, Le Pen nel nord industriale e minerario, Milei «con tutta la sua motosega», Farage nelle Midlands, Abascal con il mito dell’identità, Alice Weidel e Ulrich Siegmund.

E ricorda come, in contesti diversi, si sia votato per Grillo o per Meloni, così come trent’anni fa si cominciò a votare Berlusconi a Mirafiori, e prima ancora si accettarono il capitalismo popolare di Margaret Thatcher e la retorica anticomunista di Reagan.

Il motivo, scrive, è che la lotta di classe, con tutta la sua attrezzatura politica e sindacale, appartiene a un ciclo di «fine della storia» ormai «decisamente esaurito».

«Questa a occhio e croce la forza segreta del populismo globale».

Una sterile nostalgia

Chi rimpiange una sinistra forte nella rivendicazione dell’eguaglianza, sostiene Ferrara, «fa probabilmente uno sforzo inutile, si esercita in una sterile nostalgia politica».

Le masse popolari di un tempo si sono ristrutturate in sintonia con lo sviluppo dell’ipertecnologia, i nuovi profili culturali, i nuovi lavori, la nuova struttura dei redditi e dei consumi e la nuova comunicazione: è la società ad aver dimenticato la sinistra di un tempo, e in parte anche le consuetudini e le norme della vecchia democrazia politica di origine borghese.

La conclusione è netta: l’affanno delle democrazie e la difficoltà di arginare le spinte populiste «non dipende dunque dalla colpevole distrazione globalista» delle sinistre.

«Non è un tradimento del proletariato, è la scomparsa di un grande mito sociale della nostra epoca».

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