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Tito Boeri, economista e docente alla Bocconi: “Una patrimoniale generica spaventa, bisogna tassare le grandi eredità”

L’economista risponde alla proposta di Carofiglio: più mobilità sociale, meno tasse sul lavoro e un intervento sulle successioni sopra i 20 milioni di euro.

Una patrimoniale generica rischia di spaventare tutti e di portare voti ai populisti.

Meglio puntare sulle grandi eredità, alleggerire le tasse sul lavoro e rafforzare la mobilità sociale.

È la ricetta di Tito Boeri, economista, docente alla Bocconi e direttore scientifico del Festival Internazionale dell’Economia di Torino, che in un’intervista a La Stampa interviene nel dibattito aperto dallo scrittore Gianrico Carofiglio sulla concentrazione della ricchezza, l’impoverimento del ceto medio e l’ipotesi di una tassazione progressiva sui grandi patrimoni.

Un dibattito al quale, sulle pagine del quotidiano torinese, hanno già preso parte il direttore Antonio Di Rosa, l’economista Franco Bernabè e il filosofo Massimo Cacciari.

Diseguaglianze e democrazia

Per Boeri il problema posto da Carofiglio non è soltanto economico.

“Le diseguaglianze eccessive compromettono la coesione sociale e possono alimentare le forze politiche estreme e populiste, che spesso negano il ruolo dei corpi intermedi e delle istituzioni”, spiega a La Stampa, ricordando che numerosi studi documentano il legame tra disuguaglianze, domanda di posizioni radicali e sostegno ai partiti populisti.

L’economista invita però a non demonizzare la ricchezza.

“Negli ultimi 30 anni la ricchezza degli italiani si è ridotta perché il Paese ha smesso di crescere. Al tempo stesso sono aumentate le disuguaglianze”, osserva.

“Il desiderio di diventare ricchi è legittimo, se questo avviene legalmente e mettendo a frutto i propri talenti”.

Il punto critico, secondo Boeri, arriva quando le distanze diventano così marcate da creare “sacche nella società che non comunicano più tra loro”.

La scuola come ascensore sociale

La priorità è la mobilità sociale: chi nasce in una famiglia modesta deve poter risalire la scala dei redditi.

E si comincia dagli asili nido, che mettono in contatto bambini di estrazioni sociali diverse, aiutano le donne a lavorare e offrono opportunità ai bimbi delle famiglie a basso reddito.

Poi servono più borse di studio e una riduzione degli abbandoni scolastici.

“Anche oggi l’istruzione resta il principale strumento di mobilità sociale”, sottolinea.

Una giungla di aliquote

Sul fisco il giudizio è netto.

Il sistema italiano grava soprattutto sul lavoro, in particolare quello dipendente, e molto meno sulle altre fonti di reddito: le famiglie a basso reddito vivono di lavoro, quelle più abbienti dispongono in misura maggiore di redditi da capitale.

“È stata creata una giungla di aliquote. E questo governo ha peggiorato la situazione introducendo discrepanze che producono anche disincentivi alla partecipazione al mercato del lavoro”, afferma Boeri, che propone di razionalizzare il sistema e spostare parte del prelievo dal lavoro al capitale.

Consapevole del rischio di fuga dei capitali, suggerisce di intervenire “col cesello”, limitando la possibilità di spostare il reddito dalle società alle persone per beneficiare delle aliquote più basse rispetto all’Irpef.

Le grandi eredità

Il cuore della proposta riguarda le successioni.

“L’Italia di fatto ha rinunciato a tassare le grandi successioni”, spiega l’economista, che pensa ai patrimoni molto consistenti, dai 20 milioni in su, con aliquote simili a quelle di Francia e altri Paesi europei.

Il gettito sarebbe limitato, ammette, ma l’obiettivo è un altro: ridurre le diseguaglianze nelle opportunità.

“Non è giusto che alcune persone partano con fortune enormi senza aver contribuito a crearle”.

Una patrimoniale generica, invece, sarebbe controproducente: “Avrebbe soprattutto l’effetto di terrorizzare tutti e portare voti proprio ai populisti”.

Anche le piccole imposte, aggiunge, possono diventare più eque: l’imposta di bollo sui depositi bancari, oggi sostanzialmente piatta indipendentemente da quanto si ha in banca, potrebbe essere resa più proporzionale.

Salari e drenaggio fiscale

Quanto ai dati record sull’occupazione rivendicati dal governo, Boeri riconosce la crescita ma indica “l’altra faccia della medaglia”: i salari.

Quando il costo del lavoro si riduce molto le imprese assumono, ma per le famiglie conta il reddito portato a casa, e i redditi da lavoro hanno perso quasi il 10% del potere d’acquisto.

Se la crisi energetica dovesse aggravarsi, avverte, non sono stati previsti strumenti sufficienti a tutelare le famiglie.

Restano irrisolti il drenaggio fiscale, una contrattazione poco migliorata e l’assenza di un salario minimo indicizzato all’inflazione, strumenti presenti in diversi Paesi europei.

Né basta il taglio del cuneo: “Il drenaggio fiscale ha fatto aumentare le entrate Irpef, che per il 93% provengono da lavoratori dipendenti e pensionati. Poi una parte di quelle risorse viene restituita attraverso il taglio delle tasse. Ma così facendo si finisce per dare con una mano ciò che prima si è tolto con l’altra”.

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