La ricetta “cresci, tassa e redistribuisci” non funziona più: interviene quando il valore è già stato distribuito in maniera diseguale. La via d’uscita passa dall’economia sociale.
Per decenni la crescita del Pil è stata considerata la marea capace di sollevare tutte le barche.
Oggi quella promessa “mostra la corda”.
È la tesi di Paolo Venturi, direttore di Aiccon (Università di Bologna), in un intervento pubblicato oggi su Affari&Finanza de la Repubblica.
Secondo Venturi la crescita, così come è stata misurata e inseguita, è diventata “rivale proprio dei beni che dovrebbe servire”: la prosperità condivisa e la sostenibilità ambientale.
Le sfide attuali – dall’invecchiamento alla povertà, dalla casa alle disuguaglianze educative – sono multidimensionali e “non si lasciano ridurre a un decimale di Pil in più”.
Il caso italiano
L’Italia, scrive Venturi, è “quasi un caso di scuola”.
Secondo l’Istat, nel 2024 vivevano in povertà assoluta oltre 5,7 milioni di persone, il 9,8% dei residenti, con un’incidenza tra i minori salita al 13,8%.
Prima della crisi del 2008 le famiglie in questa condizione erano meno del 4%.
La casa è lo specchio più nitido della frattura: quasi metà delle famiglie in povertà assoluta vive in affitto.
Nemmeno gli anni di crescita dell’occupazione hanno invertito la tendenza: il lavoro povero colpisce il 15,6% delle famiglie operaie, a dimostrazione che si può crescere senza che il valore arrivi a chi lo produce.
La roadmap “oltre la crescita”
Venturi richiama la lettera pubblicata a giugno sul Guardian da economisti come Joseph Stiglitz, Thomas Piketty, Jayati Ghosh, Kate Raworth, Jason Hickel e Olivier De Schutter, che hanno presentato una roadmap per sradicare la povertà “oltre la crescita”, elaborata da più di quattrocento tra esperti, agenzie Onu, sindacati e attori dell’economia sociale e solidale.
La loro tesi: crescita e prosperità condivisa si sono sganciate, povertà e disuguaglianze sono l’esito di scelte politiche e un modello fondato sull’espansione infinita in un pianeta finito è pericoloso.
La protezione sociale resta indispensabile, ma non può compensare all’infinito economie che generano salari poveri, lavoro insicuro e case inaccessibili.
La risposta, precisa Venturi, non è la decrescita, “che finirebbe per scambiare la cura con la malattia”, ma lo sviluppo: un’idea più ampia della crescita, che guarda non solo a quanto si produce, ma a come, con chi e a vantaggio di chi.
Servono istituzioni capaci di agire a monte, nei mercati e nel lavoro, e non solo a valle con la leva fiscale.
I numeri dell’economia sociale
Qui entra in gioco l’economia sociale, che l’Europa non considera più un comparto residuale.
Il Piano d’azione della Commissione, con oltre sessanta azioni e un orizzonte al 2030, si fonda su primato delle persone e degli scopi sociali e ambientali sul profitto, reinvestimento degli utili e governance democratica.
In Europa il settore conta oltre 4,3 milioni di organizzazioni e almeno 11,5 milioni di posti di lavoro, circa il 6,3% dell’occupazione.
Anche l’Italia si è mossa.
Il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, presentato in Consiglio dei ministri il 2 luglio con un’informativa del Mef, ricomprende per la prima volta in una cornice unitaria oltre 405 mila organizzazioni, circa 1,54 milioni di occupati e più di 4,6 milioni di volontari.
Le direttrici vanno dalla coerenza fiscale sulle riserve indivisibili delle cooperative a un rating sociale riconosciuto per legge, da un conto satellite statistico ad appalti che premino l’impatto sociale accanto al prezzo.
“Le risorse restano limitate e la vera prova arriverà con le leggi di bilancio”, avverte Venturi, “ma il cambio di prospettiva è reale”.
Il modello Emilia-Romagna
Alcune Regioni hanno anticipato la svolta.
L’Emilia-Romagna è la prima in Italia a dotarsi di una strategia organica, usando l’economia sociale per orientare la politica industriale e territoriale, con un primo bando da 5 milioni che finanzia ecosistemi in cui enti locali, imprese, economia sociale e ricerca costruiscono alleanze stabili.
Per Venturi non è un caso che uno dei territori con la più densa biodiversità istituzionale sia anche tra i più competitivi del Paese: “la coesione non è il costo della competitività ma la sua condizione”.
La conclusione è netta: serve “un’economia diversamente competitiva, capace di tenere insieme produttività e bene comune dentro le stesse imprese, gli stessi territori, le stesse filiere”.
E su questo, chiude il direttore di Aiccon, “la politica è chiamata a decidere da che parte stare”.








