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Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia e delle Finanze: “Evitare la spirale prezzi-salari, il governo protegga i più deboli”

L’inflazione che sta tornando a farsi sentire è, per ora, soprattutto una questione di energia.

Ma il vero pericolo per l’Italia è che i rincari si trasmettano a catena sui prezzi finali e da lì sui salari.

A lanciare l’allarme è Giovanni Tria, economista e ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Conte I (giugno 2018-settembre 2019), in un’intervista rilasciata a Silvia Valente di MF-Milano Finanza.

Secondo Tria, l’aumento dell’inflazione è «essenzialmente legato alla componente energetica, nelle sue diverse forme, e in misura più contenuta a quella alimentare, anche per gli effetti del caldo e della siccità».

Il rischio vero per il sistema Italia, spiega, «è che l’aumento dei costi, che arriva soprattutto dai prezzi all’importazione di energia, si trasferisca sui prezzi finali, mettendo in moto una spirale prezzi-salari».

Una dinamica che, secondo l’ex ministro, dipende da più fattori: «dall’andamento della domanda, dalla durata dello shock esogeno energetico, ma anche dalla capacità delle imprese di assorbire temporaneamente i maggiori costi comprimendo i margini».

Al momento il sistema «sembra tendere all’assorbimento», ma se la situazione dovesse protrarsi o i prezzi energetici salire ancora, «le imprese potrebbero trasferire maggiormente i costi sui prezzi finali e a quel punto anche i salari e le remunerazioni potrebbero risentirne».

Molto, sottolinea, dipenderà dalla durata del conflitto in Iran e dalle sue conseguenze sul mercato internazionale dell’energia.

L’Italia, ricorda Tria, acquista dall’estero beni energetici che oggi costano di più, e questo rappresenta «un costo difficilmente evitabile nel breve periodo».

La ricetta per il governo

All’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, Tria chiede di continuare sulla strada seguita finora, lavorando su un doppio binario.

Nel breve termine occorre «proteggere il potere d’acquisto delle fasce di popolazione più deboli, concedendo loro liquidità», come avvenuto ad esempio con il taglio del bollo auto «per le macchine non da ricchi», senza però intervenire direttamente sul meccanismo dei prezzi.

Nel medio-lungo periodo, invece, bisogna «spingere concretamente sugli investimenti nelle rinnovabili e soprattutto sulla produzione interna di energia, rimuovendo gli ostacoli regolamentari agli investimenti privati».

Una risposta, ammette l’economista, «che non produce effetti immediati, ma riduce la vulnerabilità dell’economia agli shock esterni».

Flessibilità Ue, da usare con giudizio

Quanto alla flessibilità aggiuntiva concessa da Bruxelles, per Tria è «sempre positiva, ma se utilizzata bene».

Si tratta di avere più spazio di bilancio, avverte, ma «non certo di risorse gratuite»: significa comunque più deficit e più debito, che dovranno essere coperti tagliando altre spese.

Per questo l’ex ministro la impiegherebbe «in modo molto selettivo, soprattutto per investimenti capaci di migliorare la situazione energetica e aumentare la produzione da fonti rinnovabili».

Bce, l’invito alla prudenza

Sul fronte europeo, Tria riconosce che il compito della Bce è mantenere bassa l’inflazione e per questo si aspetta che Francoforte metta «in atto mosse restrittive».

Ma in questa fase, avverte, «bisogna essere prudenti»: un ulteriore aumento dei tassi «deprimerebbe la domanda e potrebbe impattare anche sull’inflazione stessa».

Il paradosso, spiega, è che con un credito più caro «le imprese possono essere incentivate a trasferire più rapidamente sui prezzi finali l’aumento dei costi, anziché assorbirlo nei propri margini per mantenere quote di mercato».

Senza contare che l’aumento dei tassi «significa che quello che abbiamo oggi vale più di quello che avremo domani».

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