Sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco analizza gli argomenti utilizzati dai filorussi e da chi sostiene che il realismo imponga all’Europa di assecondare il Cremlino.
Individua tre tesi: la Russia come vittima dell’aggressione occidentale, la negazione della guerra ibrida russa e il ricatto nucleare.
Sulla prima, l’autore ritiene inutile tornare.
Più rilevanti sono le altre due, perché meno esplicitamente ideologiche.
La guerra ibrida russa contro l’Europa, sostiene Panebianco, resta in gran parte invisibile alle opinioni pubbliche, soprattutto nei Paesi più lontani dalla Russia.
Questo rende plausibile negarne l’esistenza e accusare di «guerrafondai» chi denuncia sabotaggi e altre minacce.
L’altro argomento punta invece sulla paura nucleare: di fronte al rischio di un’escalation, l’Europa dovrebbe accettare i diktat russi.
Panebianco ritiene però non automatico l’uso dell’arma nucleare, sottolineando che il suo principale valore per una grande potenza risiede nella minaccia e nei vantaggi politici che essa produce.
L’autore invita quindi a guardare agli obiettivi strategici attribuiti alla leadership russa: recuperare con la forza territori dell’ex Unione Sovietica e modificare gli equilibri europei fino a ottenere una posizione egemonica, dopo aver indebolito o disgregato la Nato.
Secondo Panebianco, questa spinta espansionistica ha radici storiche profonde e non può essere ignorata.
In passato gli Stati europei disponevano, secondo l’autore, di maggiori capacità per contrastarla; dopo la Seconda guerra mondiale hanno invece fatto affidamento sulla protezione americana.
Oggi, con tale protezione meno scontata, la questione decisiva è se gli europei riusciranno a cooperare tra loro per ricostruire quelle capacità di deterrenza e difesa che Panebianco definisce gli «anticorpi» perduti.








