La discussione sulla riduzione dei prezzi del carburante rischia di essere affrontata dalla parte sbagliata.
È la tesi di Roberto Antonio Romano, che in un’analisi pubblicata oggi dal quotidiano Domani dal titolo «Crisi dell’energia. Serve più Stato nei settori strategici» invita a spostare il baricentro del confronto dalla tassazione degli extraprofitti alla formazione dei prezzi dei beni essenziali.
Secondo Romano, il tema degli extraprofitti esiste, così come esiste una struttura fiscale in cui redditi da capitale e grandi patrimoni godono di un trattamento più favorevole rispetto ai redditi da lavoro.
Ma ridurre la questione a una partita fiscale, scrive, significa perdere di vista il problema principale: chi deve concorrere alla formazione del prezzo dei beni essenziali.
«È una domanda di politica economica prima ancora che di politica fiscale».
L’autore richiama il sistema tributario italiano ed europeo al principio della Comprehensive Income Tax, evitando di scegliere di volta in volta il presupposto d’imposta più conveniente per affrontare una singola emergenza.
La questione fiscale, sottolinea, «è importante, ma non può diventare il sostituto della politica economica».
La memoria delle privatizzazioni
Romano ricorda la propria esperienza in commissione Industria alla Camera dei deputati con Nerio Nesi, negli anni delle privatizzazioni.
Allora lo Stato non era soltanto il soggetto che raccoglieva imposte e redistribuiva reddito, ma anche un agente economico capace di intervenire direttamente nei settori caratterizzati da monopoli naturali.
Enel, Eni e le altre grandi imprese pubbliche, osserva, non erano nate soltanto come aziende da privatizzare o da rendere più efficienti, ma come strumenti attraverso cui il governo poteva incidere sulle condizioni del mercato.
Quando il prezzo dell’energia sale, spiega, non aumenta semplicemente il costo di un bene tra gli altri: crescono i costi di produzione delle imprese, il costo della casa e dei servizi e si riduce il reddito disponibile delle famiglie.
L’inflazione colpisce in modo diseguale, pesando di più su chi destina gran parte del proprio reddito a beni incomprimibili come energia, acqua, abitazione e alimentari.
«È su questo terreno che si misura l’effettiva capacità della politica economica di proteggere il reddito».
La contraddizione degli extraprofitti
Il carburante, riconosce Romano, è certamente un costo, ma rispetto a bollette, acqua, abitazione e spesa alimentare è solo una parte del problema: intervenire sulla benzina può avere un effetto visibile senza affrontare il bilancio familiare nel suo complesso.
Da qui la contraddizione: tassare un profitto straordinario è una misura che arriva dopo che il prezzo si è formato e il reddito è già stato trasferito.
Un intervento pubblico sul prezzo o sulla struttura del mercato agisce invece prima, impedendo che il costo di un bene essenziale raggiunga livelli incompatibili con il reddito di famiglie e imprese.
«È la differenza tra una politica fiscale e una politica economica».
La domanda da porsi, secondo l’autore, non è quanto tassare, ma perché un bene essenziale abbia raggiunto quel prezzo e quali strumenti abbia il settore pubblico per impedirlo.
Qui torna il tema delle partecipazioni pubbliche: la loro esistenza nei settori strategici può essere discussa, ma cancellarne la funzione economica significa rinunciare a uno degli strumenti con cui la politica può intervenire direttamente sulla struttura dei mercati.
«L’energia è l’esempio più evidente».
Oltre la moral suasion
Una politica economica più ambiziosa, conclude Romano, dovrebbe intervenire sulla catena stessa: produzione, infrastrutture, distribuzione e formazione del prezzo.
In questo senso anche la cosiddetta moral suasion del governo può avere un significato, ma solo se inserita in una strategia più ampia: chiedere alle imprese di contenere i prezzi può servire nell’emergenza, ma non modifica i meccanismi di formazione dei prezzi.
Il rischio, avverte, è trasformare una questione di potere economico e di regolazione dei mercati in una questione esclusivamente fiscale.
Una riflessione che l’autore stesso definisce forse «nostalgica», ma che ripropone una domanda a lungo centrale: quali mercati possono essere lasciati alla sola logica del profitto e quali richiedono un agente pubblico capace di intervenire direttamente.
«Non tutto ciò che si può tassare deve necessariamente essere tassato quando sarebbe possibile intervenire prima, sul prezzo e sul funzionamento del mercato.
La fiscalità è uno strumento della politica economica.
Non può diventare la politica economica».








