Ad agosto c’è stato un tentativo di attacco con un drone russo contro un aereo cargo ucraino utilizzato per trasportare aiuti militari all’aeroporto tedesco di Lipsia-Halle.
Poi, questo mese, un drone ha colpito un treno vicino al confine dell’Ucraina con la Polonia, pochi istanti dopo il passaggio di un altro convoglio che trasportava funzionari europei, tra cui l’ex primo ministro britannico Boris Johnson.
In questi e in una serie di altri episodi, la Russia sembra intensificare i propri attacchi “ibridi” contro i partner europei dell’Ucraina, passando da sabotaggi di minore entità a operazioni più sfacciate con il potenziale di provocare gravi vittime.
Leader europei tra cui il presidente francese Emmanuel Macron e il premier polacco Donald Tusk stanno lanciando l’allarme sulla possibilità che Mosca possa spingersi oltre.
Tusk ha detto al parlamento polacco che Mosca potrebbe lanciare attacchi con droni o missili contro membri della Nato, sostenendo che si sia trattato di incidenti, per mettere alla prova la difesa collettiva dell’Alleanza.
La settimana scorsa l’intelligence danese ha reso pubblica la propria valutazione secondo cui esiste un rischio “basso ma crescente” che la Russia possa lanciare entro pochi mesi un attacco militare limitato contro un Paese della Nato.
Se i leader occidentali fanno bene a parlare con franchezza all’opinione pubblica della necessità di rafforzare le difese, questi avvertimenti non dovrebbero però trasformarsi in isteria.
Alcuni esperti di lungo corso sulla Russia dubitano che il presidente Vladimir Putin correrebbe l’enorme rischio di mettere alla prova l’Articolo 5 della Nato, che considera un attacco contro un membro come un attacco contro tutti, con un’offensiva su larga scala.
Eppure la Russia sembra intenzionata ad aumentare i costi e i rischi per i Paesi europei che sostengono l’Ucraina, e Putin vorrebbe certamente ben poco più che umiliare e paralizzare la Nato, sconvolgendo l’ordine di sicurezza europeo.
Più debole è la risposta ai suoi attacchi di minore livello, maggiore è la possibilità che possa decidere di correre il rischio di mettere alla prova l’Articolo 5.
I Paesi europei hanno bisogno di una strategia migliore.
Per prima cosa, devono rispondere rapidamente e con fermezza alle provocazioni di Mosca.
Può essere difficile: le capitali europee devono essere ragionevolmente certe del coinvolgimento della Russia prima di accusarla pubblicamente, ma i suoi interventi sono concepiti proprio per poter essere negati e talvolta vengono affidati a soggetti terzi.
I Paesi europei dovrebbero però essere più rapidi nel puntare il dito quando le prove sono convincenti.
La Germania ha impiegato quasi quattro settimane prima di accusare formalmente Mosca per l’incidente di Lipsia.
Le capitali europee devono calibrare attentamente le proprie risposte per inviare a Mosca un segnale di deterrenza senza provocare un’escalation.
Ma dovrebbero fare tutto ciò che è possibile al di sotto della soglia dell’azione militare diretta: dalla chiusura dei consolati, come ha fatto la Germania dopo l’episodio di Lipsia, all’espulsione dei diplomatici, fino all’inasprimento o all’introduzione di nuove sanzioni e a un’azione più decisa contro la “flotta ombra” russa di petroliere.
Misure di questo tipo potrebbero essere più efficaci se più Paesi le adottassero contemporaneamente, nel caso in cui un’operazione russa contro uno di essi superasse una determinata soglia.
Alcune capitali hanno suggerito che Berlino avrebbe dovuto invocare le consultazioni previste dall’Articolo 4 della Nato, consentite quando un Paese ritiene che la propria “sicurezza sia minacciata”.
I ministri della Difesa dell’Unione europea hanno discusso ieri nuove modalità collettive per rispondere all’aggressione russa.
Sarebbe auspicabile stabilire protocolli di risposta rapida, anche se l’Ue dovrebbe evitare sovrapposizioni con la Nato che rischierebbero di creare confusione.
I Paesi europei devono inoltre intensificare i preparativi per contrastare qualsiasi tentativo russo di sfidare l’Articolo 5, con l’obiettivo di scoraggiarlo.
Ciò che emerge dai 27 anni di Putin come leader dominante della Russia è che rispetta la forza, ma punisce la debolezza.
Mentre il Cremlino intensifica gli attacchi nella “zona grigia”, non rispondere con fermezza rischia soltanto di incoraggiarlo a spingersi ancora oltre.








