Con le elezioni all’orizzonte tornano le promesse di abbassare l’età pensionabile.
Ma per l’economista, senza le riforme degli anni ’90 la spesa sarebbe esplosa, e una controriforma oggi non è sostenibile.
L’avvicinarsi delle elezioni riporta puntuale sul tavolo le proposte per ridurre l’età di pensionamento.
Una dinamica che Carlo Cottarelli considera “normale”, ma che a suo giudizio va contrastata con i numeri.
Nella sua rubrica “Pane al pane” sull’Espresso, in edicola il 2 ottobre 2026, l’economista spiega perché in Italia è stato necessario alzare l’età pensionabile e perché tornare indietro sarebbe un errore.
Cottarelli ricorda anche la sua iniziativa per una legge che obblighi i partiti a indicare da dove prenderanno le risorse per finanziare le promesse elettorali: la raccolta firme, promossa sul sito della Fondazione Luigi Einaudi, si sta avvicinando alle 100mila adesioni.
Previdenza e assistenza, una distinzione fuorviante
L’economista sgombra prima il campo da quella che definisce una “frequente imprecisione”: l’idea, sostenuta tra gli altri dai sindacati, che il sistema previdenziale sia sano e che i problemi derivino soltanto dalle pensioni assistenziali, erogate a chi non ha versato contributi sufficienti e finanziate dalla fiscalità generale.
Una distinzione che, osserva Cottarelli, viene usata anche per difendere l’Inps dai fautori della previdenza privata.
Secondo l’ex commissario alla spending review, però, la sua analisi non è un attacco all’Inps: i problemi demografici che pesano sulla previdenza pubblica colpirebbero, “mutatis mutandis”, anche un sistema privato.
E soprattutto, guardando al futuro, non hanno nulla a che vedere con la differenza tra previdenza e assistenza.
Le due spinte demografiche
Il forte aumento tendenziale della spesa pensionistica, scrive Cottarelli, dipende interamente dalla componente previdenziale, che cresce rispetto alle entrate contributive per due fattori demografici: l’aumento dell’aspettativa di vita, che allunga gli anni in cui si percepisce l’assegno, e il calo del numero dei lavoratori rispetto ai pensionati, conseguenza della bassa natalità.
Sono queste due forze a spiegare perché, senza le riforme avviate a metà degli anni Novanta, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil “sarebbe esploso”.
E perché, nonostante quelle riforme, secondo le previsioni della Ragioneria Generale dello Stato la spesa crescerà ancora di circa 1,8 punti di Pil tra il 2024 e il 2041.
Solo dal 2045 inizierebbe a scendere, soprattutto per il pieno passaggio al sistema contributivo, che ridurrà progressivamente il livello delle pensioni rispetto all’ultima retribuzione.
Previsioni ottimistiche
Un aumento dell’1,8% del Pil vale circa 40 miliardi di euro a prezzi correnti: “molto”, sottolinea l’economista.
Ma non è l’unico problema.
Le stime si basano infatti sull’ipotesi che la legislazione attuale, compreso l’aggancio dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, venga applicata senza ritardi, e su previsioni di crescita giudicate ottimistiche.
Tra queste, un aumento della produttività per occupato dallo 0,2% annuo del decennio 2014-2024 all’1,2% nel lungo periodo: “Quasi un miracolo”, commenta Cottarelli.
Da qui la conclusione, lasciata al giudizio dei lettori: è difficile immaginare una controriforma delle pensioni, e in particolare un abbassamento generalizzato dell’età pensionabile, senza sottrarre risorse ad altre priorità di spesa essenziali per la crescita o senza aumentare ancora la pressione fiscale.








