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La tassa in più è l’inflazione | L’analisi di Angelo De Mattia

L’aumento dei prezzi di settembre riporta alla memoria gli shock petroliferi degli anni Settanta.

Nell’editoriale sul Messaggero l’invito a Bce ed Ecofin: niente errori come nel 2022 e risposte comuni, anche con debito Ue.

Torna l’inflazione, “la più iniqua delle tasse” secondo la celebre definizione di Luigi Einaudi.

È la tesi dell’editoriale firmato da Angelo De Mattia e pubblicato oggi, 2 ottobre 2026, su Il Messaggero con il titolo “Inflazione, la tassa in più”.

Il punto di partenza è il dato di settembre: un aumento dei prezzi del 4,2 per cento, trainato soprattutto dai rincari dei prodotti energetici e alimentari.

Un balzo che, secondo De Mattia, ha destato sorpresa pur essendo nota la salita del prezzo del petrolio.

La domanda centrale è se si tratti di un fenomeno congiunturale o destinato a svilupparsi, e se l’aumento verrà riassorbito, come accaduto in passato, nei profitti e nella stabilità dei salari, oppure produrrà effetti di secondo livello diffondendosi nel sistema economico.

Le prime risposte sono attese dal Documento programmatico di bilancio, che il Consiglio dei ministri vara oggi con le nuove stime economiche.

Il paragone con gli anni Settanta

Pur nell’assoluta diversità delle situazioni, osserva l’editorialista, ci si sta avvicinando ad alcuni caratteri del primo shock petrolifero dei primi anni Settanta e di quello a cavallo tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta, quando l’inflazione divenne pervasiva.

Né consola il fatto che il fenomeno non sia solo italiano: l’aumento dei prezzi riguarda molti Paesi dell’Eurozona, a cominciare da Francia, Spagna e Germania.

La Bce e l’errore del 2022

Se le stime per i prossimi mesi non fossero rassicuranti, avverte De Mattia, la Bce nella riunione del 29 ottobre potrebbe non avere altra scelta che una posizione restrittiva, anche per la memoria del 2022, quando fu commesso “il grave errore” di ritenere transitorio un aumento dei prezzi che transitorio non era, con conseguenze che pesano ancora e forse provocano iper-correzioni.

Sul costo dell’energia la politica monetaria può poco, ma diverso è il discorso per gli effetti di secondo livello: il mandato fissato dal Trattato Ue impone alla Bce di agire quando i prezzi si discostano dal target del 2 per cento in una prospettiva di medio termine.

Le cause: guerre, Hormuz e Trump

L’inflazione, scrive De Mattia, dipende come “primum movens” dalle due guerre in corso e soprattutto da quella in Iran, con la chiusura di Hormuz, oltre che dalle politiche di Trump, che minaccia di chiudere l’esportazione di prodotti energetici.

Un contesto straordinario che richiede un piano europeo per fronteggiare la risalita dei prezzi.

La proposta: flessibilità e debito comune

Bene, secondo l’editoriale, la prospettiva di una maggiore flessibilità nei conti pubblici, ma serve un vero piano, basato se necessario su forme di debito comune, “pur difficile da digerire”, con la natura della straordinarietà e partendo da consumi e prezzi.

Sarebbe singolare, sottolinea De Mattia, se a livello europeo si adottassero misure minori e meno efficaci di quelle impiegate a livello nazionale, in particolare in Italia, durante gli shock passati.

Dopo il Covid, si tratta di una nuova prova fondamentale per l’Unione, chiamata ad agire con urgenza anche sulle energie alternative e, “in primis”, sulla revisione degli Ets, le quote di scambio delle emissioni.

In gioco c’è l’immagine dell’euro, che non può ridursi a quella di chi controlla il superamento di qualche punto base dei limiti: se si diffondesse nelle opinioni pubbliche l’idea che “si stava meglio quando si stava peggio”, sarebbe gravissimo.

L’attesa ora è per l’Ecofin della prossima settimana, che De Mattia auspica esamini la situazione con la disponibilità a promuovere un complesso organico di misure.

Citando Jean Monnet, secondo cui è nelle crisi che l’integrazione comunitaria progredisce, l’editoriale conclude: “è l’ora di dimostrarlo”.

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