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Campo largo: elettori Pd e M5S divisi soprattutto su politica internazionale ed energia | L’analisi di Nando Pagnoncelli

Se tra i leader del centrosinistra la costruzione del Campo largo appare complessa, i dati mostrano che le differenze attraversano anche gli elettorati.

Certo, stare all’opposizione rappresenta oggi un vantaggio: consente di raccogliere il malcontento nei confronti del governo e di rinviare alcuni nodi programmatici.

Ma proprio quei nodi rischiano di riemergere con forza nel momento in cui una coalizione si candidi concretamente a governare.

L’elettorato del Pd e quello del M5S condividono alcuni orientamenti di fondo su welfare, redistribuzione e tassazione delle grandi ricchezze, ma divergono significativamente su questioni cruciali di politica estera, difesa, energia e sulla stessa natura della coalizione.

Secondo un recente sondaggio Ipsos Doxa per il Corriere della Sera, il 51% degli elettori PD ritiene preferibile una coalizione progressista ampia, capace di attrarre anche i moderati, mentre tra gli elettori M5S prevale l’idea di una coalizione più ristretta e identitaria (45%).

Le differenze maggiori emergono però sui temi internazionali.

Sul sostegno militare all’Ucraina, il 44% degli elettori Pd sostiene il mantenimento della linea atlantista ed europeista, contro appena il 14% degli elettori pentastellati.

Al contrario, il 51% degli elettori M5S chiede l’interruzione del sostegno militare e una scelta esclusivamente negoziale e diplomatica, posizione condivisa dal 33% degli elettori PD.

Analoghe distanze si registrano sulle spese per la difesa e, più in generale, sul ruolo dell’Occidente nelle crisi internazionali.

Sono differenze che inevitabilmente influenzano anche il giudizio sull’America di Trump e sulle relazioni transatlantiche.

Anche sull’energia emergono sensibilità diverse: il 43% degli elettori Pd si dice disponibile ad aprire una discussione sul nucleare di nuova generazione, mentre tra gli elettori M5S la quota scende al 26%.

Paradossalmente, la questione della leadership sembra meno divisiva dei contenuti.

Le discussioni sulle primarie, sul candidato premier o sui rapporti di forza tra Schlein e Conte monopolizzano spesso il dibattito pubblico, ma il vero problema appare la costruzione di un programma comune.

Gli elettori chiedono risposte concrete su sicurezza internazionale, energia, crescita economica e welfare; ma proprio su questi temi le sensibilità delle diverse componenti della coalizione non coincidono.

Per vincere le elezioni per chi sta all’opposizione potrebbe essere sufficiente valorizzare ciò che unisce e sfruttare l’usura dell’avversario e la delusione per l’operato dell’esecutivo.

Governare è un’altra cosa.

La storia del centrosinistra italiano insegna che alleanze costruite soprattutto per battere il centrodestra possono incontrare forti difficoltà quando si tratta di assumere decisioni su questioni divisive.

Le esperienze dei due governi Prodi restano, da questo punto di vista, un precedente difficile da ignorare: coalizioni elettoralmente competitive ma attraversate da differenze programmatiche che finirono per comprometterne la stabilità.

Oggi il Campo largo si trova di fronte alla stessa sfida: trasformare una convergenza d’opposizione in un credibile programma di governo articolato in proposte concrete.

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