L’emergenza abitativa che scuote l’Europa è destinata a bussare presto anche alla porta dell’Italia.
Ne è convinto Filippo Celata, docente di Geografia economica alla Sapienza e consulente dei Comuni di Firenze e Roma per la regolazione degli affitti turistici, che in un’intervista a la Repubblica avverte: la casa sta acquisendo centralità sociale e politica in tutto il continente e sarà uno dei temi su cui “anche da noi si giocherà parte del dibattito elettorale”.
Secondo Celata, era chiaro da tempo che la combinazione di salari stagnanti e costi immobiliari in crescita avrebbe prodotto esiti problematici.
La pandemia ha fatto da detonatore, con l’impennata delle compravendite e una fortissima inflazione.
Il caso più evidente è quello spagnolo, dove intere generazioni hanno visto svanire l’illusione della casa di proprietà e si sono riversate su un mercato degli affitti ormai collassato.
Perché allora in Italia la protesta non è ancora esplosa?
Per il geografo la risposta sta nei numeri: i prezzi sono ancora sotto il picco del 2008 e le famiglie dispongono di una maggiore ricchezza, così “l’illusione resiste”.
Ma, avverte, “è solo questione di tempo”.
Il punto di maggiore sofferenza è il mercato della locazione, al quale si rivolgono sempre più persone.
In un Paese in cui oltre il 70% delle case è di proprietà, l’offerta di affitti a lungo termine è limitata e ulteriormente erosa da alternative più remunerative, come gli affitti turistici o di medio periodo.
“Ancor prima dei prezzi, il problema è il numero di case in affitto, molto basso”, spiega Celata.
Eppure le abitazioni non mancano.
In Italia, come in Spagna, se ne contano oltre 1,3 per ogni famiglia, ma molte sono vuote o non destinate ad abitazione.
La strada indicata dal docente è quella seguita dalla legge voluta dal governo Sánchez: limitare il mercato privato per riportare parte di questo enorme patrimonio sul mercato residenziale.
Celata giudica invece “illusoria” la strategia di puntare sulla costruzione di nuove case, soprattutto se affidata all’iniziativa privata con l’obiettivo di destinare poi una parte del costruito a prezzi calmierati.
In Italia, osserva, questi vincoli di destinazione “non hanno mai funzionato”, con il rischio di ottenere soltanto una quota residuale di residenziale sociale.
Servirebbe piuttosto più edilizia pubblica, che però richiede ingenti risorse che oggi non si vedono né in Europa né in Italia.
Il Piano casa del governo prevede di ristrutturare 60 mila alloggi pubblici inagibili: secondo Celata, “ce ne vorrebbero dieci volte tanti solo per dare casa a chi è in lista”.








