Dalla Francia alla Spagna, fino all’Italia, il malessere sociale cerca uno sbocco politico.
E la sinistra, se vuole tornare competitiva, deve misurarsi con la paura e la rabbia dei cittadini.
È la tesi di Alessandro De Angelis, firmata in un editoriale pubblicato oggi, 5 ottobre 2026, su La Stampa con il titolo “Proteggere i cittadini dalla paura, la ricetta che manca alla sinistra”.
Il quadro europeo
L’analisi parte dalla Francia, dove secondo De Angelis “il cuore della protesta è la scuola, vero centro ordinatore dell’ideologia repubblicana”: l’ultimo sintomo di un malessere di lungo periodo, dai gilet gialli agli scioperi contro Macron, che a fine ciclo “non ha la forza per rispondere alla piazza come Pompidou nel ’68”.
In Spagna, invece, il nodo è la casa, con l’aumento dei canoni legato agli affitti turistici: un tema che, ricorda l’autore, ha pesato anche sul voto in Parlamento che ha travolto Pedro Sánchez.
L’Italia, priva di una tradizione di proteste spontanee, mostra comunque gli stessi segni di sofferenza: il carrello della spesa, le bollette, la difficoltà di soddisfare le esigenze essenziali.
Case, scuole, ospedali: in una parola, Stato sociale.
Sono, scrive De Angelis, “le parole d’ordine della socialdemocrazia novecentesca” che riaffiorano come disagio o rivolta in assenza di una politica capace di rappresentare il bisogno.
Le radici della frattura
L’editorialista colloca l’origine del fenomeno lontano nel tempo, evocando l’immagine usata dal subcomandante Marcos nel 1994 in Chiapas: il treno dello sviluppo in cui i vagoni di testa accelerano e quelli di coda si staccano.
Allora toccò agli indios; poi a operai e ceto medio, che hanno perso reddito e prestigio, e dunque “sovranità”.
Da qui l’elezione del primo Trump, la Brexit, la crisi delle idee europee e il culto degli uomini forti, alimentato dalla rabbia delle periferie “geografiche ed esistenziali”.
Trasformazione tecnologica, globalizzazione e precarietà hanno diviso la società: da una parte un “mondo di sopra” che vive il cambiamento come opportunità, dall’altra una maggioranza che lo subisce come minaccia e chiede protezione.
È qui, osserva l’autore, che la destra ha trovato le sue risposte: nazionalismo, sovranismo, populismo.
La proposta Carofiglio e il ruolo dello Stato
De Angelis richiama come contributo utile alla discussione la proposta di un contributo di prosperità avanzata da Gianrico Carofiglio, ma avverte: prima di una tassa serve una politica che si misuri con la paura, sentimento comprensibile dopo la crisi economica, la pandemia e le guerre, mentre anche il clima “entra in casa come ansia”.
Non basteranno, scrive, le “nobili bandiere della Costituzione contro i barbari” né la denuncia moralistica, se non si affrontano le radici di quelle paure, dalla sicurezza dei confini alla nuova fase del capitalismo.
Il dogma del mercato che distribuisce da solo i frutti del progresso, sostiene l’editorialista, è caduto.
La vera partita riguarda il ruolo dello Stato: uno “muscolare e verticale, che si allea con i monopoli tecnologici”, oppure uno democratico che programma lo sviluppo nell’interesse generale.
“Non tamponi, ma politica”.
La conclusione è netta: la differenza tra destra e sinistra sta nel “come” si garantisce protezione.
Nella transizione “tra un mondo che non c’è più e un altro che non c’è ancora”, resta da capire se il mercato tornerà sovrano o se la politica saprà riprendersi il compito di dirigerne lo sviluppo.
“La storia continua”, chiude De Angelis: non è finita nell’89.








