Tornano di più, ma partono ancora in tanti.
Tra il 2021 e il 2025 oltre 129 mila italiani tra i 18 e i 39 anni hanno riportato la residenza in Italia dopo un periodo all’estero.
Lo scrive Marino Longoni su ItaliaOggi Sette, sottolineando come il dato sia in costante crescita: per ogni cento trasferimenti oltreconfine, i rientri sono passati da 26 nel quinquennio 2011-2015 a 31 in quello successivo, fino a toccare quota 40 negli ultimi cinque anni.
L’età media di chi rientra è di 29,6 anni.
Sarebbe però un errore, avverte Longoni, leggere in questi numeri la fine della fuga dei giovani.
I dati Istat indicano che nel 2025 gli italiani espatriati sono stati ancora 109 mila, a fronte di 56 mila rientri.
Gli italiani residenti all’estero hanno raggiunto a fine anno quota 6,6 milioni.
Il fenomeno resta dunque fortemente asimmetrico: il Paese recupera una parte di chi è partito, ma continua a perderne molti altri.
Secondo una stima della Banca d’Italia, circa un decimo dei giovani laureati italiani si trasferisce all’estero, spinto anche da differenze retributive rilevanti.
Un laureato italiano in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo rimasto in patria; in Francia il divario è del 30%.
Opportunità professionali e livelli di reddito spiegano così gran parte dell’emigrazione dei giovani qualificati.
Il ritorno, osserva ItaliaOggi Sette, è comunque una buona notizia e può essere letto come una forma di reimportazione di capitale umano: chi ha lavorato in Germania, nel Regno Unito, in Francia o negli Stati Uniti porta con sé competenze, relazioni professionali, conoscenza dei mercati stranieri, lingue e modelli organizzativi.
Per questo il legislatore ha cercato di rendere il rientro economicamente meno costoso.
Dal 2024 il nuovo regime degli impatriati, introdotto dall’articolo 5 del decreto legislativo 209/2023, consente, a determinate condizioni, di tassare ai fini Irpef soltanto il 50% del reddito di lavoro dipendente o autonomo prodotto in Italia, entro un limite annuo di 600 mila euro.
Un’agevolazione interessante ma più selettiva della precedente, che rivela la filosofia della riforma: non incentivare indistintamente qualsiasi rientro, ma concentrare lo sconto fiscale sui lavoratori con competenze considerate strategiche.
C’è poi un dato che, secondo Longoni, dovrebbe far riflettere la politica economica: il Cnel ha stimato in 159,5 miliardi di euro il valore del capitale umano uscito dall’Italia nel periodo 2011-2024, calcolando i costi sostenuti da famiglie e settore pubblico per la crescita e la formazione dei giovani emigrati.
Di fronte a cifre di questa portata, conclude l’autore, la questione non può ridursi a stabilire se sia giusto o meno concedere uno sconto sull’Irpef.
Il punto è quanto costi all’economia italiana formare persone che poi producono valore altrove, e quanto convenga invece creare le condizioni perché quel valore resti, almeno in parte, in Italia.








