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Piccole imprese senza eredi: l’Italia degli artigiani rischia di perdere il suo saper fare | L’inchiesta di Le Figaro

Gli imprenditori anziani faticano a trovare chi raccolga il testimone. Le associazioni di categoria lanciano l’allarme su chiusure e dispersione delle competenze. Il caso italiano finisce anche sulle pagine di Le Figaro.

Armando Mortet avrebbe già l’età per la pensione, e lo ammette con un certo pudore: il giorno del suo 72° compleanno si avvicina a grandi passi.

Eppure è ancora dietro il bancone della sua piccola bottega di Oriolo Romano, in provincia di Viterbo, che lo scultore e orafo continua a lavorare.

“La pensione di un artigiano non è molto alta, questo è certo, ma continuo a lavorare anche perché amo profondamente questo mestiere. Finché la salute regge, sarò qui”, racconta.

Grazie a una clientela affezionata e alla spinta dei social network, la sua attività va avanti, anche se ammette di aver dovuto ridurre i margini per assorbire l’aumento del costo delle materie prime.

Mortet realizza gioielli, minuziose riproduzioni di monumenti romani destinate ad arredare uffici eleganti e medaglie commissionate dalla Camera dei deputati.

“Sa, non sono una mosca bianca. Qui intorno ci sono altri artigiani della mia età”, assicura.

L’Italia invecchia, e con lei le sue imprese.

A settembre uno studio della Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (CNA), ripreso dal quotidiano francese Le Figaro, stimava in oltre 315.000 i titolari di imprese individuali che hanno superato i 70 anni.

Mentre il Paese assiste con preoccupazione da anni alla chiusura in massa di piccoli negozi e botteghe artigiane, la quota di questi imprenditori senior continua a crescere: sono 25.000 in più rispetto a dieci anni fa.

E non è affatto un segnale di vitalità economica.

“Ci sono regioni d’Italia in cui l’artigianato ha fatto scuola nel mondo intero, ma oggi quei laboratori sono affidati a settantenni, se non a ottantenni, che purtroppo non hanno nessuno a cui trasmettere l’impresa”, osserva Dario Costantini, presidente nazionale della CNA.

Ogni impresa che chiude senza un passaggio di testimone, precisa, non segna soltanto la perdita di un’attività economica, ma anche “di competenze, di gesti, di saper fare, di relazioni con i clienti e con i fornitori”.

Armando sa che sarà probabilmente l’ultima delle quattro generazioni di Mortet.

“Facciamo fatica a trovare persone che rilevino l’attività. Abbiamo avuto apprendisti venuti qui a formarsi, ma non ha avuto seguito. In realtà ci manca una materia prima fondamentale: i giovani”, spiega.

Per decenni, aggiunge, il messaggio è stato “studiare e trovare un posto fisso”, mentre il piccolo commercio e l’artigianato soffrivano di una pessima reputazione.

“L’idea era che aprire un laboratorio costasse caro e soprattutto che bisognasse dedicargli tutta la vita”, riassume.

Le conseguenze: anno dopo anno, le fila dei possibili successori si sono pericolosamente assottigliate.

Sempre secondo lo studio della CNA, il numero di imprese individuali guidate da under 35 è calato di un quarto, -153.000, nell’ultimo decennio.

Un crollo che riguarda soprattutto edilizia, commercio e industria.

Gli effetti si sentono in particolare nelle cosiddette “aree interne”, territori lontani dalle grandi città e meno serviti da trasporti e servizi: le province di Chieti in Abruzzo, di Enna in Sicilia, di Grosseto sulla costa toscana o di Viterbo nel Lazio.

Qui, avverte la CNA, tra un’imprenditoria che invecchia, giovani che se ne vanno e una demografia in calo, le possibilità di trasmissione si riducono ancora di più: “Il 95% delle imprese presenti nelle aree interne sono PMI. Quando un’impresa se ne va, si perdono i pochi posti di lavoro che esistevano e il Paese muore”, sintetizza senza giri di parole Costantini.

La “senilizzazione” del mondo imprenditoriale non risparmia nemmeno i grandi centri urbani: Napoli, Milano e Roma contano ciascuna quasi 30.000 titolari con più di 70 anni.

Armando Mortet, da parte sua, ha scelto da tempo di lasciare la Città eterna.

Il centro storico della capitale, osserva, ha voltato le spalle all’artigianato artistico e ha occhi solo per ristoranti e alberghi per turisti.

Ma rilevare la sua attività nel cuore del Viterbese non è privo di rischi.

“Bisogna essere un po’ incoscienti e avere il senso del sacrificio”, ironizza lo scultore.

E soprattutto non bisogna aver paura di combattere con la burocrazia: “È il grande problema del nostro settore. O fai l’artigiano, o passi il tempo a fare l’amministrativo”.

A questo si aggiunge una forte pressione fiscale sulle spalle delle PMI: nel 2024, secondo i calcoli della Confederazione dell’artigianato, le imprese individuali hanno cominciato a lavorare per sé, e non più per il fisco, soltanto dal 9 luglio.

Ma la vera urgenza è altrove.

Mentre la CNA si prepara a festeggiare il suo 80° anniversario, Dario Costantini ricorda un dato: nel 1946 l’Italia registrava un milione di nascite, contro le 355.000 di otto decenni dopo.

Entro il 2030 l’artigianato e le PMI italiane avranno bisogno di circa 750.000 paia di braccia.

“E anche se, durante la prossima campagna elettorale, si parlerà in termini negativi di immigrazione, abbiamo bisogno di persone che arrivino da altri Paesi per le nostre imprese”, avverte il titolare di una piccola società specializzata nella climatizzazione.

Per la sua festa, giovedì 1° ottobre, l’associazione ha ricevuto un’ospite d’eccezione: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Ma l’annuncio di rilievo è stato un altro: l’apertura di una prima scuola di formazione per l’artigianato al Cairo.

In programma per i giovani egiziani, aggiornamento delle conoscenze tecniche, corsi di perfezionamento in italiano ed educazione civica in vista della loro futura vita nel Belpaese.

“Le imprese incontrano un’infinità di problemi: i costi dell’energia, il prezzo del carburante, la burocrazia, le tasse, l’accesso al credito. Ma vi assicuro che oggi, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, il problema principale è la mancanza di manodopera”, insiste Dario Costantini.

“Senza di essa”, prosegue, “le imprese sono destinate a chiudere. E per il nostro Paese, che ha fatto del made in Italy il proprio marchio di fabbrica nel mondo intero, si tratta di tradizioni e di un saper fare che non possiamo permetterci di perdere”.

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