Pil in crescita trainato dall’immigrazione, ma salari fermi, carovita e prezzi delle case alle stelle. Ecco perché Sánchez va alle urne con i conti in ordine e il consenso in calo.
A prima vista è un paradosso.
Pedro Sánchez ha deciso di convocare elezioni anticipate a meno di un anno dalla scadenza naturale del mandato, pur potendo vantare numeri che qualsiasi leader europeo vorrebbe esibire in campagna elettorale.
Negli ultimi tre anni la Spagna è stata la grande economia europea cresciuta di più, tanto che nel 2024 ha prodotto da sola quasi la metà della crescita dell’intera Eurozona.
Uno slancio che si è tradotto in più occupazione e in un aumento dei contratti a tempo indeterminato.
Un ruolo decisivo lo hanno avuto i migranti, arrivati soprattutto dall’America Latina al ritmo netto di circa 600 mila l’anno, che hanno sostenuto in particolare l’edilizia e il turismo.
A ciò si aggiunge una bolletta elettrica più leggera della media europea, frutto dei forti investimenti di Madrid nel fotovoltaico e nell’eolico.
Eppure il governo di minoranza guidato da Sánchez, da tempo ostaggio dei piccoli partiti, è arrivato al capolinea.
Junts, la formazione regionale catalana, gli ha voltato le spalle dopo le recenti proteste sulla casa.
E secondo gli ultimi sondaggi i socialisti sarebbero destinati ad arretrare, mentre il Partito Popolare, primo partito, insieme alla destra radicale di Vox potrebbe sfiorare il 50% dei consensi.
Come analizza Antonio Villafranca, vicedirettore per la Ricerca dell’Ispi, in un’analisi pubblicata da Il Messaggero, la spiegazione sta nella distanza tra i dati macroeconomici e la percezione dei cittadini.
La disoccupazione è scesa poco sotto il 10% (9,8%), ma resta tra le più alte d’Europa.
I lavoratori avvertono poco gli effetti della crescita in busta paga: lo stipendio medio, salito negli ultimi anni a circa 28 mila euro lordi annui, rimane tra i più bassi dell’Unione.
E, a eccezione dei salari minimi, percepiti anche da molti migranti, l’inflazione sta erodendo buona parte degli aumenti.
Il nodo più sentito è la casa.
Nell’ultimo anno i prezzi delle abitazioni sono cresciuti del 12% e gli affitti di oltre il 5%.
Il 3 ottobre migliaia di persone sono scese in piazza a Madrid agitando le chiavi di casa per protestare contro rincari diventati insostenibili.
Non mancano altre fragilità.
Il governo si è fermato alla quinta rata del Pnrr per non aver completato la digitalizzazione della pubblica amministrazione.
Nel Corruption Perceptions Index 2025 la Spagna è solo 49esima, dietro molti Paesi europei.
E la regolarizzazione di oltre un milione di migranti quest’anno non è stata accompagnata da una selezione di profili specializzati.
A pesare sui socialisti ci sono poi gli scandali che hanno sfiorato lo stesso premier, la questione migratoria esplosa quest’estate a Ceuta e il ricordo del blackout elettrico dell’anno scorso.
Il divario tra i buoni risultati economici e il loro impatto reale sulla vita quotidiana sarà quindi al centro della campagna elettorale.
Una lezione che, osserva Villafranca, vale per qualunque leader in Europa e non solo: la crescita da sola non basta, se non si traduce in benessere percepito.








