“Non credo che la soluzione sia immaginare che gli ospedali dipendano da Roma. Non ho quest’opinione, però credo che un grande Paese debba avere la forza di sedersi quando è finita questa emergenza e analizzare tutto quello che è successo, anche nel rapporto Stato-Regioni”. Lo ha affermato il ministro della Salute Roberto Speranza, intervistato da Barbara Tedaldi durante la seconda giornata della Summer School della Scuola di Politiche, fondata da Enrico Letta e diretta da Marco Meloni.
“Faccio mia questa proposta di Enrico Letta: quando si sarà fermata questa fase dovremo sederci con attenzione e ragionare – ha aggiunto il ministro – Anch’io ho l’impressione che abbiamo fatto negli anni troppo come un pendolo tra ultrafederalismo e ultracentralismo, come se non riuscissimo a trovare un punto di equilibrio vero. Penso che sulla sanità bisogna lavorare meglio e di più sull’omogeneità della sanità sui territori. Le divergenze sono troppo marcate”, ha sottolineato Speranza.
“La mia opinione è molto netta: ogni euro dedicato al Servizio sanitario nazionale va utilizzato. Bisogna chiudere definitivamente la stagione dei tagli e aprire quella degli investimenti. Abbiamo messo 2 miliardi sul Fondo sanitario già prima del Covid-19. Poi negli ultimi mesi, per rispondere all’emergenza, abbiamo speso più che negli ultimi 5 anni”. “Ora abbiamo una straordinaria opportunità, forse senza precedenti”, ha detto il ministro.
Dunque, a detta del titolare del ministero della Salute, “adesso dobbiamo programmare una fase di riforma, e il punto importante è che spesso le riforme si facevano in passaggi storici in cui si riducevano le risorse investite. Ora abbiamo una straordinaria opportunità, forse senza precedenti – ha continuato Speranza – perché possiamo immaginare un processo di riforma che ci consenta, però, di operare in un momento espansivo. Possiamo progettare una revisione del Ssn dentro una fase di questo tipo”.
Per Speranza, nell’ottica di una riforma, la parola chiave deve essere “prossimità. Dobbiamo ricostruire un Ssn vicino alle persone – ha concluso – Non deve essere il cittadino a inseguire i presidi sanitari e le cure ma dobbiamo portarle il più vicino possibile a dove sta il cittadino: la casa. La immagino come primo luogo di cura”.
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