L’ex presidente della Camera, intervistato da “Patù, la passione delle idee” su Rai, legge le proteste di piazza come il sintomo di un malessere profondo: diseguaglianze, fine delle agenzie educative, integrazione mancata. E avverte: “La democrazia non si esporta, non è una merce”
Non una regia politica, né un disegno occulto. Dietro le violenze di piazza e la rabbia che attraversa il Paese, dalle mobilitazioni degli autotrasportatori agli scontri che hanno visto protagonisti giovanissimi a Milano, c’è secondo Gianfranco Fini una società che non si è accorta “dell’enorme malessere” che covava al suo interno. È la diagnosi che l’ex presidente della Camera ed ex ministro degli Esteri ha affidato a un’intervista esclusiva al programma di Rai “Patù, la passione delle idee”, una riflessione che parte dalla cronaca e arriva alla crisi del modello occidentale.
“Ragazzi vuoti dentro”
Fini non usa giri di parole per descrivere i ragazzi scesi in strada. “Sono ragazzi vuoti dentro, ragazzi per certi versi disperati”, dice, sottolineando però che la responsabilità non è loro ma della società, che non ha saputo offrire “esempi” e “modelli”. Il riferimento è a quelle che un tempo si chiamavano agenzie educative: “La famiglia, la scuola, l’oratorio, le sezioni dei partiti, i campi sportivi. Oggi tutto ciò non c’è più”. Il risultato, nella sua analisi, è una generazione che vive “nella sua disperata solitudine” e che socializza “o nel branco o in rete”, dove la rete diventa “una sorta di grande branco che garantisce l’anonimato”.
Accanto a questa maggioranza smarrita, l’ex leader di Alleanza nazionale individua una quota di “professionisti del disordine”, gli “agit-prop” di un tempo, ma esclude l’esistenza di una regia politica. Il desiderio di fondo, spiega, è quello di “far vedere che esistono” e di rivendicare ragioni per protestare, imboccando però la strada sbagliata: “Chi distrugge le vetrine, chi cerca di rompere la testa ai poliziotti, passa dalla ragione, ammesso di averla, al torto”.
A colpire, aggiunge, è soprattutto l’età di molti protagonisti, ragazzini di dodici o tredici anni. Fini cita le parole di un sociologo: un adolescente che guarda il mondo degli adulti vede “le guerre” e “enormi disparità sociali”, con un singolo miliardario come Jeff Bezos che guadagna quanto dieci capi di Stato messi insieme e, dall’altra parte, milioni di disperati. Un problema, insiste, che “riguarda tutto l’Occidente” e che la politica dovrebbe affrontare “nel modo più unitario possibile”.
Le tre illusioni del dopo Guerra fredda
Il cuore dell’analisi è storico. Con la fine del comunismo, ricorda Fini, che si dice tra quanti ne furono lieti, il mondo visse “un momento di speranza, in realtà un’illusione”. Tre le promesse tradite. La prima: le democrazie si sarebbero moltiplicate e sarebbero state perfino esportate nel mondo arabo, mentre “è accaduto esattamente il contrario”. La seconda: il mercato globale avrebbe ridotto la povertà, e invece oggi “l’economia è quasi tutta finanziarizzata” e la finanza è diventata “il baricentro del mondo economico, non il lavoro che produce ricchezza”. La terza: le guerre sarebbero quasi scomparse grazie agli organismi multilaterali e alle Nazioni Unite. “Anche qui è accaduto il contrario”. Di qui una crisi “del modo con cui l’Occidente si guarda attorno e guarda se stesso”.
Il Sessantotto e il confronto con oggi
Davanti alle immagini d’archivio delle Teche Rai sul movimento studentesco del 1968, Fini marca la distanza: “Mondi diversi”. Racconta che proprio quell’anno partecipò alla sua prima manifestazione, a sedici anni, a Rimini, contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, “nulla a che vedere con il maggio francese”. Allora, osserva, la protesta nasceva da una società che non era in sintonia con le esigenze dei giovani, soprattutto sul terreno dei diritti civili, “molto indietro rispetto a quello che i tempi e i giovani già esigevano”. E ricorda un dettaglio poco noto: nelle prime contestazioni, in alcune città, era presente anche l’organizzazione giovanile della destra, perché si trattava di una protesta contro un certo modo di governare la società.
La demografia e i migranti
Il discorso si sposta poi sul dato demografico, che Fini definisce “essenziale per capire tante cose”. L’età media dell’Africa è di circa 22 anni, quella dell’Europa e dell’Italia si avvicina, nella sua stima, ai 55-60. Una differenza che spiega i flussi migratori verso un continente che invecchia e che, senza lavoratori stranieri, in molti casi “non riuscirebbe a trovare la forza lavoro necessaria”. L’ex vicepresidente del Consiglio invita a ricordare il passato dell’Italia, “un Paese che esportava le braccia”, e suggerisce ai giovani di visitare il museo di Ellis Island a New York, dove sbarcavano i migranti meridionali e veneti, trattenuti in quarantena prima di dare vita alle Little Italy di mezzo mondo.
Proprio da quella memoria, sostiene, deriva un compito: evitare che i migranti finiscano per vivere solo tra loro, senza imparare la lingua, in “società chiuse”, “sorte di riserve” che non comunicano con il resto del Paese. Fini si sofferma sull’immigrazione musulmana, segnalando che all’interno di alcune comunità in Europa e in Italia “c’è chi rifiuta l’integrazione”.
Il caso francese e la legge Bossi-Fini
Il modello da non seguire, a suo giudizio, è quello della Francia, alle prese con “il fallimento clamoroso dell’assimilazionismo”. Un Paese che ha fatto “non della laicità, ma del laicismo una sorta di bandiera” e che ha alle spalle un impero coloniale. Fini racconta l’incontro con un ragazzo di origine algerina: “Io sono francese, ma non puoi dirmi che la Francia è la mia patria. Se la patria è la terra dei padri, mio padre veniva da Algeri”. Giovani che, osserva con amarezza, si sentono francesi “soltanto quando gioca la nazionale” e che ritrovano la propria identità nella dimensione religiosa. L’Italia, aggiunge, per fortuna non è ancora a quel livello di mancata integrazione, “però cerchiamo di prepararci”.
Da qui la rivendicazione della legge Bossi-Fini, che, sottolinea, è ancora in vigore perché “la sinistra non ha mai ritenuto di cambiarla”: permesso di soggiorno a chi viene per lavorare e paga le tasse, nessun permesso a chi “campa di espedienti”. Ma il controllo degli ingressi, avverte, non basta: è essenziale verificare che chi resta si integri davvero. “Integrare non vuol dire solo non passare col rosso o non buttare la carta per terra”, ma condividere i grandi principi, a partire dal ruolo della donna.
Trump, lo ius soli e la cittadinanza
Interpellato sulle parole di Donald Trump, che ha commentato le tensioni in Italia e in Francia parlando di Paesi cambiati e di una “caldaia che esplode”, Fini è tagliente: “Trump, ammesso che abbia qualche pregio, non ha il pregio dell’analisi profonda”. Gli Stati Uniti, spiega, sono un continente multietnico e multireligioso per costituzione, con una storia segnata anche dall’internamento di cittadini di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale, dalla segregazione nel Sud e dal Ku Klux Klan. Un modello “profondamente diverso” da quello europeo.
Per questo Fini giudica “più giusto” il sistema europeo rispetto allo ius soli americano e, piuttosto, apre a una sorta di “ius culturae”: resta qui, impara la lingua. Cita il caso di un sindaco accusato di razzismo per non aver firmato la cittadinanza di una donna che viveva in Italia da molti anni senza conoscere una parola di italiano: una situazione che, a suo avviso, condanna a vivere in enclave, “delle riserve indiane”. Ricorda inoltre che il muro alla frontiera con il Messico non è un’invenzione di Trump, ma è stato portato avanti anche dai suoi predecessori.
“La democrazia non si esporta”
Nonostante tutto, Fini conserva una speranza: che l’Italia, proprio perché non ha avuto un colonialismo paragonabile a quello britannico o francese né la storia complessa degli Stati Uniti, possa diventare “un punto di riferimento, almeno di analisi culturale”. E chiude tornando alla sua esperienza alla Farnesina, negli anni in cui si pensava di esportare la democrazia e si festeggiava la caduta dei dittatori, da Mubarak in giù, salvo poi vedere cosa è accaduto dopo. “La democrazia non si esporta, non è una merce”, ripete, ricordando una battuta rivolta all’allora segretaria di Stato americana Condoleezza Rice: “Continui a ripetere getta il seme nel deserto, ma chi lo innaffia? Non crescerà mai nulla”. Un giudizio che, conclude, vale anche per la Russia, passata dallo zar ai soviet senza aver mai conosciuto la democrazia.
Alla domanda su un possibile ritorno in politica, l’ex presidente della Camera si concede una battuta: “Che non è stata una chiacchierata politica? Mica abbiamo discusso il campionato di calcio”.
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