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Addio alla pace sociale: il declino demografico dell’Italia e la fuga dei giovani mettono a rischio la coesione | L’analisi di Lucio Caracciolo

L’Italia non sta solo invecchiando: si sta svuotando. E rischia di perdere, insieme ai suoi giovani, anche la tenuta della propria coesione. È l’allarme lanciato da Lucio Caracciolo in un’analisi pubblicata su la Repubblica, dove il direttore di Limes punta il dito contro un vizio tutto nazionale: mentre gli altri Paesi discutono i problemi, noi li chiacchieriamo. Specie quando sono seri.

Il benaltrismo davanti alle proteste

Secondo Caracciolo, di fronte al movimento soprattutto giovanile di protesta, governo, magistratura e buona parte dei media hanno preferito concentrarsi sulla figura di Youssef Siher, indicato come la mente criminale delle mobilitazioni. Un esercizio di “benaltrismo” che, scrive l’analista su la Repubblica, ha inzuppato tutto nello stesso giro di frase: vetrine sfasciate, ritorno del terrorismo e guerra ibrida. Tutto fuorché il punto. E il punto è semplice: i ragazzi protestano perché temono che il loro futuro sia compromesso. E hanno ragione, osserva Caracciolo, due volte: perché il timore è fondato e perché la situazione non è affatto incurabile, se la si affronta da subito.

I numeri del tracollo demografico

Il vero dramma del Paese, spiega Caracciolo su la Repubblica, è che nascono sempre meno italiani e che il processo è irreversibile, per la costante riduzione del bacino di donne in età feconda. Nel 2025 sono nati appena 355mila nuovi italiani, circa la metà di quanti venivano al mondo durante le guerre mondiali. Il tutto dentro un drastico calo della popolazione, una novità assoluta nell’Italia unita, avviato nel 2014 e in rapido avvitamento.

Eravamo 58,9 milioni lo scorso anno, saremo 54,7 milioni nel 2050: come se sparissero insieme Roma e Milano. Di questi, solo 15,5 milioni saranno giovani fino a 34 anni, mentre gli ultraottantacinquenni arriveranno a 3,9 milioni, contro i 2,4 di oggi. L’età mediana, stimata in 49,2 anni e inferiore soltanto a quella di monegaschi (56,9) e giapponesi (50,2), è destinata a superare presto la soglia del mezzo secolo. Per uno Stato super-indebitato, con oltre 3.200 miliardi di debito, questa demografia promette una secca riduzione dei servizi sociali.

Il quadro, illustrato e discusso alla Scuola di Limes dal direttore del Censis Massimiliano Valerii insieme a Giuseppe De Ruvo, dovrebbe essere secondo Caracciolo l’alfa e l’omega di ogni dibattito pubblico in un Paese che abbia cura di sé. L’auspicio è che il sessantesimo rapporto sulla situazione sociale del Paese, curato dal centro studi fondato da Giuseppe De Rita e atteso per il 4 dicembre, diventi l’occasione per affrontare di petto questo tema esistenziale.

Il tabù dell’immigrazione

Ma è improbabile, avverte il direttore di Limes. Se non si discute a fondo del tracollo demografico e del rovesciamento della piramide dell’età, scrive Caracciolo su la Repubblica, è perché l’unica cura efficace sarebbe importare i figli che non facciamo, e insieme smettere di costringere quelli che facciamo a cercare fortuna e stipendi decenti all’estero. Per ragioni non perfettamente razionali, il tema resta un tabù, non solo in Italia. Siamo stati per secoli al centro del mondo, ma l’idea che ne stiamo diventando periferia, finora non per sempre privilegiata, non ci entra in testa.

La fine della pace sociale

Le proteste di queste settimane in Italia e nei principali Paesi europei sono, per Caracciolo, un primo segnale della malattia strutturale prodotta dalla crisi demografica. Sommata a quella debitoria, significa addio alla pace sociale. E dunque alla ragione sociale dello Stato. Una deriva anarchica e violenta può essere scongiurata, o almeno limitata, solo da un’apertura regolamentata delle frontiere, in particolare ai giovani stranieri qualificati.

C’è poi un paradosso, sottolinea l’analista su la Repubblica: il governo più nazionalista del dopoguerra, almeno a parole, è anche quello che, evitando di parlarne troppo, si è mostrato il più liberale nel socchiudere le porte del Paese alle persone di cui abbiamo bisogno per far girare l’economia e tenere insieme la società.

Persone, non solo braccia

La sfida vera, conclude Caracciolo, è l’integrazione. Non basterà qualche decreto flussi in più per cavarcela: solo affrontando il tema in una cornice strategica, che lo metta al centro delle politiche pubbliche, saremo all’altezza del nostro dovere. Anche perché l’alternativa è evidente: se non freniamo l’emigrazione giovanile, non allarghiamo gli ingressi regolari e non trattiamo chi arriva come un futuro cittadino, saranno i Paesi del Sud del mondo a penetrarci e a trattarci come conviene a loro.

L’Italia, ammonisce il direttore di Limes, non è un dato di natura. Dobbiamo volerla. Nel mondo com’è e come sarà, non come vorremmo che fosse.

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