L’ex ministro dell’Economia avverte: la Francia è solo un tassello di un rischio molto più grande. “Dal 2012 la finanza si è staccata dall’economia reale, il risveglio sarà brusco”
Per Giulio Tremonti la crisi francese è soltanto la punta dell’iceberg. L’ex ministro dell’Economia e delle Finanze dei governi Berlusconi, oggi presidente della Commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, intervistato da Antonino D’Anna per ItaliaOggi, legge la situazione mondiale partendo proprio da Parigi, a rischio quantitative easing per il forte debito e per un rapporto deficit/Pil al 5%, uno scenario che potrebbe innescare reazioni a catena come accadde con la Grecia nel 2011. Ma lo sguardo dell’ex titolare di via XX Settembre va molto oltre.
“Andiamo oltre la Francia”, avverte Tremonti nel colloquio con ItaliaOggi. “Ci sono tutti i segni per una nuova crisi simile a quella del 1929, come già avevo pronosticato nel 2006 e puntualmente è avvenuto nel 2008”. Secondo l’ex ministro, il conto da pagare è quello delle scelte della Bce: “Stiamo pagando le scelte di aver tenuto troppo a lungo i tassi a zero, comprato in massa titoli di Stato, e inoltre la finanza ha finito per prevalere sull’economia reale, cioè sul Pil, il prodotto interno lordo, che in quasi 15 anni non è cresciuto nel mondo”. La previsione è netta: “Tra non molto, il risveglio sarà brusco, con pesanti ricadute sociali”.
Il grafico che spiega tutto
Alla domanda se la Francia possa trascinare con sé anche l’Italia, Tremonti non si sbilancia: “Non glielo saprei dire, è troppo presto”. Preferisce invece indicare un grafico. “Metta insieme le curve del Pil: vedrà che sono più o meno orizzontali, si sovrappongono in orizzontale. Non ci sono stati scostamenti significativi”. A colpire, spiega a ItaliaOggi, è un altro dato: “Dal 2012 la curva della finanza comincia a distaccarsi da quella del Pil e sale in verticale. Se lei fa un disegno, si vede che la curva del Pil resta piatta a livello mondiale, o con varianti comunque non significative. La curva della finanza invece sale in verticale dal 2012 in poi”.
Dall’helicopter money al whatever it takes
All’origine di questa divaricazione, per Tremonti, c’è una sequenza di scelte di politica monetaria. In America l’helicopter money, l’elicottero che distribuisce soldi a pioggia, utilizzato sotto Barack Obama, nel primo mandato di Donald Trump e poi da Joe Biden. In Europa il whatever it takes, ovvero il quantitative easing: l’acquisto da parte della Bce di titoli di Stato e altre obbligazioni sul mercato, che ha aumentato la quantità di denaro prestata agli istituti di credito, un’operazione durata dal 2015 al 2022 sotto le presidenze di Mario Draghi e Christine Lagarde. Poi i tassi sottozero, soprattutto in Europa.
Tremonti ricorre anche a una provocazione intellettuale: “Se lei legge Karl Marx, egli dice che il tasso zero sarà la fine del capitalismo. Non conosceva, non aveva idea di cinque anni di tassi sottozero, non ne aveva mai avuto occasione. Certamente Marx è stato a Francoforte, ma forse non ha avuto occasione d’incontrare la Bce”. A tutto questo, aggiunge, si sommano i fenomeni cripto e, da ultimo, tutto ciò che si collega all’informatica.
La metafora della “pecora impazzita”
Per descrivere la natura del rischio, l’ex ministro sceglie un’immagine che affonda le radici nell’etimologia. “Sa perché si dice pecuniario?”, chiede. Il termine deriva da peculium, il patrimonio, la cui radice è nel numero di pecore possedute, qualcosa di tangibile. “Sulle antiche prime monete c’era la testa della pecora, poi è venuta quella dei sovrani. Diciamo che la pecora è impazzita, quindi lo scenario su cui partiva la Francia in realtà è un rischio che sta dentro un rischio molto più grande, che è quello della pecora impazzita”.
Una crisi peggiore del 2008?
Se si tratti di una crisi più grave di quella del 2008, Tremonti risponde richiamando la propria previsione di vent’anni fa: “Mi limito a ricordare che nel 2006 sul Corriere della Sera ho fatto un’intervista e c’era scritto: “L’America rischia un nuovo ’29”. L’ho detto nel 2006 e poi la crisi è venuta”. Oggi, osserva, “la pecora è impazzita, la dimensione del rischio è incalcolabile: rischio economico, quindi sociale”. Dentro questa dimensione c’è la Francia, la cui crisi “va vista, calcolata ed evitata, se si può, in funzione di una dimensione di crisi più vasta, di una dinamica potenziale”.
Il problema, insomma, non riguarda soltanto Parigi. “La pecora impazzita può colpire ovunque”, sottolinea Tremonti a ItaliaOggi. “Certo, la Francia ha delle questioni di bilancio, di struttura sociale, politica, ma direi che forse è il caso di guardare oltre i confini della Francia, o sopra”. E chiude con un gioco di parole che suona come un giudizio definitivo sulla stagione delle banche centrali: “In realtà il cosiddetto whatever it takes è diventato whatever mistakes”.
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