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Arabia Saudita ed Emirati: la rivalità destabilizza il Golfo e il Mar Rosso | L’editoriale di The Economist

Le due potenze del Golfo, un tempo oasi di stabilità, alimentano le guerre in Sudan e Yemen mentre il loro stesso cortile di casa è sotto assedio. L’Economist chiede a Riad e Abu Dhabi di cambiare rotta

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti potevano un tempo presentarsi come oasi di stabilità in una regione inquieta. Oggi, scrive l’Economist, le due potenze del Golfo sono sotto assedio. Un Iran ostile tiene in pugno lo Stretto di Hormuz, da cui passa gran parte dei loro flussi commerciali. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, lanciano missili contro aeroporti e oleodotti sauditi, interrompono commerci e spostamenti e minacciano Bab al-Mandab, un altro passaggio marittimo vitale. E l’America, storicamente l’alleato più affidabile delle monarchie del Golfo, appare oggi meno disposta a garantirne la sicurezza, lasciando entrambi i Paesi esposti.

Di fronte a una crisi di questa portata, ci si aspetterebbe che sauditi ed emiratini concentrassero le proprie risorse sui problemi più vicini. Invece, osserva il settimanale britannico, si contendono influenza ben più lontano, infiammando in modo sconsiderato alcune delle guerre peggiori del mondo.

Il caso del Sudan

I conflitti sulle due sponde del Mar Rosso hanno cause complesse. Non sono stati Riad e Abu Dhabi a scatenarli, né sono le uniche potenze straniere a intromettersi. Ma, secondo l’Economist, li stanno rendendo più sanguinosi e più difficili da chiudere. L’esempio più evidente è il Sudan, dove una milizia genocida responsabile di stupri di massa, le Forze di supporto rapido (Rsf), combatte l’esercito regolare per il controllo del Paese. Le Rsf sono così spietate da dare la caccia ai medici e ucciderli, perché qualunque medico potrebbe testimoniare i loro crimini. Eppure gli Emirati armano e sostengono le Rsf, pur negandolo. I sauditi appoggiano invece l’esercito regolare, un po’ meno brutale.

Lo Yemen e il Corno d’Africa

In Yemen, dove sauditi ed emiratini hanno combattuto fianco a fianco contro gli Houthi, i loro contrasti hanno portato a un ritiro degli Emirati e hanno permesso agli Houthi, una minaccia per l’intera regione, di riempire il vuoto. I due Stati del Golfo si contendono inoltre l’influenza sui porti del Mar Rosso, e le rispettive alleanze rischiano di aggravare ulteriormente le tensioni tra Etiopia ed Eritrea, già vicine a un’altra guerra disastrosa.

Una rivalità personale più che una strategia

Poco di tutto questo ha senso, sostiene l’Economist. È vero che i porti del Corno d’Africa potrebbero diventare cruciali per il commercio regionale, soprattutto ora che altre rotte sono minacciate. Ed è ragionevole che, con un’America meno affidabile sotto la presidenza di Donald Trump, Arabia Saudita ed Emirati costruiscano reti di alleati per rafforzare la propria sicurezza. Ma non in questo modo. Le proiezioni di potenza dei due Paesi sembrano dovere più alla rivalità stizzosa tra i loro leader, Mohammed bin Salman e Mohammed bin Zayed, che a una strategia ponderata. Armando i combattenti, senza frenare il riciclaggio dei bottini di guerra e rendendo i conflitti più intricati, finiscono per prolungarli.

Il costo umano

Il prezzo pagato dalle popolazioni è enorme. Le guerre in Sudan e Yemen hanno causato centinaia di migliaia di morti, costretto quasi 20 milioni di persone a lasciare le proprie case e spinto milioni di persone sull’orlo della carestia. Questo, secondo il settimanale, dovrebbe bastare a convincere le potenze del Golfo a cambiare strada.

Se non bastasse, Riad e Abu Dhabi dovrebbero riconoscere che il loro avventurismo all’estero minaccia i loro stessi interessi. Il caos sulle due sponde del Mar Rosso mette a rischio le rotte commerciali proprio mentre la guerra con l’Iran colpisce le economie del Golfo. Ed è difficile capire come accelerare il collasso di un gigantesco Stato africano alle porte di casa possa rendere più sicura l’una o l’altra potenza. Il sogno degli aridi Emirati di fare del Sudan il proprio granaio difficilmente si realizzerà finché uomini armati massacrano gli agricoltori sudanesi.

La ricetta

La conclusione dell’Economist è netta: sauditi ed emiratini dovrebbero smettere di sostenere le parti in guerra in Sudan, in particolare le Rsf, e lavorare insieme per un cessate il fuoco. In Yemen dovrebbero mettere da parte la rivalità, collaborare per contenere gli Houthi e provare a ristabilire una tregua anche lì.

Politiche estere più responsabili e meno incendiarie da parte di Abu Dhabi e Riad non riporterebbero di colpo la calma nella regione, ammette il settimanale. Ma potrebbero rendere le sue guerre un po’ più facili da spegnere. E questo, alla fine, andrebbe a vantaggio di quasi tutti, compresi gli stessi sauditi ed emiratini.

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