Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Ecco chi è il manager italiano più potente d’America | Il ritratto

Il nonno mezzadro che finì le elementari a trent’anni, il padre orfano diventato macellaio, il figlio che voleva insegnare storia e oggi siede ai vertici della banca più grande del mondo. Il banchiere italiano si racconta al Corriere della Sera: “Ragazzi, evitate le scelte convenzionali. L’intelligenza artificiale? Un superciclo rivoluzionario”

Partire da un casolare nel cuore della Toscana e arrivare in cima a un grattacielo di New York, diventando il manager italiano più potente d’America, non era certo l’esito più probabile.

Eppure è la storia di Filippo Gori, 52 anni, co-head del Global banking di JPMorganChase, uno dei quattro comparti chiave dell’istituto di maggior valore al mondo: circa 890 miliardi di dollari di capitalizzazione e 320 mila dipendenti.

A raccontarla è lo stesso Gori, intervistato da Mario Platero per il Corriere della Sera al cinquantesimo piano della nuova torre di JPMorganChase firmata da Norman Foster.

Un percorso che parte da Le Ville, frazione di Terranuova Bracciolini, nel Valdarno, e che assume quasi il valore di un simbolo: quello di un Paese che dalle macerie della guerra e da un’economia agricola, quasi feudale, è riuscito in pochi decenni a rialzarsi fino a sedere tra le grandi democrazie industriali.

Proprio per questo la Bocconi, dove Gori si è laureato, ha scelto di riconoscerlo come “Alumnus of the year 2026”, il premio più prestigioso destinato ai suoi ex allievi.

Le radici e il nonno Livio

Gori è nato a San Giovanni Valdarno, dove i genitori lavoravano senza sosta nella macelleria di famiglia.

Per questo è cresciuto con i nonni, in un casolare in mezzo ai campi.

“Tempi difficili”, ricorda.

Il nonno, Livio Redditi, classe 1920, ex mezzadro, coltivava la terra e allevava animali: “Austero, di grande dignità nella normalità di una vita povera”.

Prese la licenza elementare solo dopo la guerra, poco prima dei trent’anni.

Da lui, spiega Gori, ha imparato moltissimo, “con le cose non dette”: “Il silenzio, uno sguardo, valgono più di mille parole”.

Artigliere di montagna nel 19° Reggimento della Divisione Venezia in Albania, dopo l’8 settembre fu deportato in un campo di concentramento in Germania.

Gli offrirono la libertà in cambio dell’arruolamento nella Repubblica Sociale: rifiutò, a rischio della vita.

Liberato dagli americani, con le ferrovie distrutte, partì a piedi alla fine di aprile del 1945 e arrivò a casa solo alla fine di agosto.

Per quella resistenza ha ricevuto una medaglia postuma dal presidente Sergio Mattarella.

Nessuno spazio per l’ambizione

“Non c’era spazio per l’ambizione”, racconta il banchiere.

In bicicletta dal casolare alla scuola elementare, poi le medie a San Giovanni Valdarno, a cinque chilometri, e il liceo scientifico a Montevarchi, con due autobus da prendere ogni giorno.

Boy scout, amante della semplicità.

A quindici anni torna a vivere con i genitori e il fratello Matteo, di otto anni più giovane, oggi presidente della Bakery di Barilla.

I genitori erano “dediti al lavoro”.

Il padre era rimasto orfano a undici mesi ed era cresciuto in un orfanotrofio ad Arezzo; a dieci anni lo zio Vittorio lo prese con sé in bottega.

A 22 anni sposò la madre di Filippo, diplomata in ragioneria: insieme rilevarono la macelleria e la trasformarono in una gastronomia, lavorando dalle cinque del mattino alle otto di sera, sei giorni su sette, per cinquant’anni, fino alla chiusura nel 2007.

Ai giovani che chiedono lavori migliori Gori risponde così: “Se sei imprenditore, e in più un orfano e una contabile, non ti puoi risparmiare, niente orari, ma anche molto orgoglio e soddisfazione”.

Dalla storia alla Bocconi

Al padre Gori deve anche la scelta degli studi.

Finito il liceo, voleva iscriversi a storia e conservazione dei beni culturali.

“Ci si campa?”, fu la domanda del padre, che gli parlò di un’università di Milano chiamata Bocconi.

Era agosto: partirono insieme “così, per vedere”, trovarono l’ateneo, gli fu offerta la possibilità di prepararsi al test d’ammissione.

Lo superò.

L’inizio non fu semplice: “Sentivo un forte senso del dovere, ma l’ambientamento fu difficile”.

Dopo diciotto mesi scelse l’indirizzo di economia politica.

E al primo anno, a lezione di matematica, aveva conosciuto Silvia, valtellinese: “Diventammo amici. Era più brava di me”.

La laurea arrivò con 110 e lode e una tesi di storia economica sui mediatori di bestiame, per la quale intervistò i colleghi del padre, con un capitolo scritto in toscano e la dignità di pubblicazione.

Londra e la scelta non convenzionale

Il sogno restava l’insegnamento, possibilmente a Londra.

Finì invece all’Ampleforth College, nel North Yorkshire.

Dopo un anno, insistendo con il preside per trasferirsi nella capitale, si sentì chiedere se avesse mai pensato al merchant banking.

“Non sapevo di cosa parlasse! Ma dissi di sì”.

A una messa domenicale gli fu presentato Joe MacHale, allora capo dell’Europa di JPMorgan, non ancora fusa con Chase.

A 25 anni fece domanda e fu assunto.

La lezione di quegli anni, dice, è “l’importanza delle scelte non convenzionali”: non restare mai imbrigliati nello status quo, non pianificare troppo a tavolino “perché tutto sempre cambia”.

In banca lo assegnarono al team dei derivati: “Ne sapevo poco, ma imparo. Il resto è storia”.

Lavorava con la filiale italiana da Londra, sotto la guida di Matteo Del Fante, con Giovanni Gorno Tempini tra i responsabili: due nomi poi approdati rispettivamente al vertice di Poste e Cdp.

Arrivò un’offerta interessante da Goldman, ma Del Fante lo trattenne affidandogli la co-responsabilità dei derivati per il Sud Europa.

Nel frattempo Silvia frequentava a Ginevra un master in relazioni internazionali, poi si trasferì a Londra per un dottorato in economia.

“Ci ritroviamo a camminare a Hyde Park. Capiamo che siamo fatti l’uno per l’altra”.

A trent’anni Gori era già managing director per il Sud Europa.

Nel 2004 il matrimonio alla Badia di Coltibuono, nel 2007 e nel 2009 la nascita delle figlie Luce e Linda.

Hong Kong, poi New York

Nel 2013 la svolta asiatica: la guida della distribuzione dei derivati in Asia.

In Europa gestiva 60 persone e 500 milioni di dollari di giro d’affari; da Hong Kong ne avrebbe guidate 600, con 2 miliardi di ricavi.

Silvia, economista alla Bank of England, poteva lavorare alla Banca centrale di Hong Kong.

“Un’altra scelta non convenzionale: lasciare la vita collaudata di Londra, con le bambine piccole e molte certezze, per andare dall’altra parte del pianeta”.

Dopo sei anni gli fu affidata la responsabilità del banking in Asia e, un anno più tardi, la carica di amministratore delegato per tutto il continente, proprio mentre esplodeva il Covid.

Nel 2024 l’offerta di Jamie Dimon: trasferirsi a New York per ricoprire una posizione apicale.

“Quando sono nato, le probabilità che arrivassi dove sono ora erano una in un miliardo. Eppure le cose succedono”, riflette.

Il segreto, a suo dire, è aver sempre studiato con umiltà, perché “c’è sempre da imparare”, e forse un pizzico di fortuna.

Durante la pandemia ha elaborato la regola delle “5 C”: comunicare con calma, consistenza, compassione e chiarezza.

E poi ci sono i suoi “quattro biglietti vincenti”: la Bocconi, l’incontro con Silvia, il 110 e lode che gli ha aperto molte porte e JPMorganChase, “una vera grande istituzione americana con radici europee centenarie. Mi sento europeo in America e nel mondo con un’istituzione americana”.

Il premio e le borse di studio

Il riconoscimento della Bocconi lo vive “con emozione e gratitudine”, ma non come un traguardo solo personale: suo padre smise di studiare a dieci anni in orfanotrofio, quello di Silvia a quattordici in seminario.

Per questo la coppia ha istituito in Bocconi borse di studio per ragazzi senza mezzi, intitolate ai due padri, Paolo Gori e Giovanni Pezzini.

Europa, economia e intelligenza artificiale

Sullo scenario globale Gori non ha dubbi: “Siamo schiacciati tra Cina e Usa. E il terzo pilastro non può che essere l’Europa, non certo la Russia”.

L’integrazione, sottolinea, è essenziale, e il Rapporto di Mario Draghi “spiega tutto”.

Quanto all’economia, il banchiere vede chiudersi un ciclo di crescita durato diciassette anni, con tassi bassi, e l’avvio di una staffetta: “Ora abbiamo il Superciclo, è appena iniziato con l’esplosione dell’AI. Una vera rivoluzione copernicana, la più grande da quella industriale”.

Una prospettiva che può spaventare, ammette, ma la sua ricetta resta la stessa: “I percorsi non convenzionali sono quelli più produttivi. Chi avrà timori potrà tenere la cintura allacciata”.

E se il nonno Livio potesse vederlo lassù, al cinquantesimo piano, a guardare lontano?

“Sarebbe in silenzio, sguardo intenso, occhi lucidi. Senza bisogno di aggiungere altro”.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.