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Charlie Nunn, AD di Lloyds Banking Group: “I politici dovrebbero guardare all’economia come farebbe un CEO”

Il vertice di Lloyds Banking Group, il più grande prestatore della Gran Bretagna, chiede a Westminster un cambio di passo: “Se uccidi il banking, uccidi la capacità della tua economia di prendere a prestito e investire“. Charlie Nunn, alla guida del gruppo da cinque anni, lo dice nell’intervista concessa a Patrick Jenkins per il Financial Times, in cui tocca tassazione, intelligenza artificiale e competitività della City di Londra.

Il nodo centrale della riflessione di Nunn è il declino del sistema finanziario britannico. “Negli anni Novanta, quando ho iniziato a crescere nel settore, le istituzioni finanziarie del Regno Unito erano le prime al mondo praticamente in ogni comparto: assicurazioni, gestione patrimoniale, banche”, ricorda. Nel 1998, all’apice della dominazione globale di Lloyds, la capitalizzazione del gruppo sfiorava i 69 miliardi di dollari; oggi il campione mondiale JPMorgan vale circa 890 miliardi, più di dieci volte le dimensioni attuali della banca britannica.

Per Nunn la crisi del 2008 ha ridisegnato la gerarchia, ma parte del divario va attribuita alle differenti politiche adottate negli Stati Uniti e in Europa, incluso quello che considera un indebolimento deliberato della City, motore della crescita del Regno Unito. “Non è la risposta che qualsiasi altra parte del mondo ha dato”, sostiene il ceo, che è convinto che un allineamento di interessi tra governo e grandi banche potrebbe generare benefici reciproci: l’economia britannica, a suo giudizio, “non sta correndo abbastanza rischi” per sostenere scale-up e imprenditori, con troppo capitale intrappolato in immobili, fondi pensione a basso rischio o fermo in liquidità.

Sul fronte fiscale, Nunn riconosce che “le tasse sono ovviamente una materia per il governo”, ma contesta il fondamento morale di una tassa sui profitti extra: “non siamo in un’era di rendimenti eccezionali”. Le imposte specifiche di settore – il prelievo sugli stati patrimoniali e la sovrattassa sugli utili – portano nelle casse dello Stato miliardi di sterline ogni anno, nonostante i servizi finanziari restino il primo settore export britannico, con oltre l’11 per cento dei totali. Come rileva il Financial Times, Lloyds presenta comunque risultati solidi: nel primo semestre del 2026 la banca ha realizzato un rendimento del 17 per cento sul patrimonio tangibile con oltre 3 miliardi di sterline di utile netto, punta al 20 per cento entro il 2030 e vede il titolo crescere di circa il 120 per cento in cinque anni.

Il secondo fronte è la concorrenza delle fintech: Revolut, fintech privata nata dieci anni fa, ha ottenuto una valutazione superiore del 40 per cento a quella di Lloyds, banca con 260 anni di storia, e opera via app in 40 Paesi con piani di espansione in altri 30 entro il 2030. Sull’intelligenza artificiale Nunn si dichiara ottimista: immagina “un gemello digitale” che aiuti a ottimizzare ogni giorno le decisioni finanziarie, e vede nell’IA l’occasione di portare consulenza d’investimento “a chiunque abbia 50 sterline da investire”. Ma avverte che “non c’è stato abbastanza ragionamento sulle conseguenze regolamentari se qualcosa va storto per i clienti”.

Sulle ricadute occupazionali – Lloyds conta oltre 60mila dipendenti – il ceo non indica quanti posti potrebbero essere eliminati, nonostante i 2 miliardi di sterline di risparmi lordi previsti dal piano al 2030, e insiste sulle opportunità di riqualificazione: “Nell’IA agentica tutti sono principianti: vediamo un’opportunità enorme di prendere le nostre persone brillanti, investire in loro, riqualificarle”. E sul rischio che un agente IA generi il prossimo scandalo di vendita scorretta, dopo le polizze Ppi e i finanziamenti auto, Nunn riconduce gli scandali agli incentivi commerciali e sostiene che non sia necessario incentivare un agente.

L’intervista si chiude con un ritratto del personaggio: l’ex consulente di Accenture e McKinsey, passato per HSBC in Asia, che si descrive opposto ai manager focalizzati solo su “ottimizzazione della redditività, riduzione dei costi e contrazione del portafoglio” e preferisce “crescita, innovazione, organizzazioni basate sul talento e opzionalità strategica di lungo periodo”. Nelle risposte rapide dichiara che avrebbe voluto fare l’atleta, che i suoi primi mentori sono state la madre e la nonna, che gestivano attività imprenditoriali, che la sua preoccupazione maggiore è “che non siamo abbastanza lungimiranti e strategici” e che ciò che più lo entusiasma del futuro è che l’IA agentica nei servizi finanziari “può dare potere a milioni di persone”.

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