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Gigafactory dell’intelligenza artificiale: un’occasione per l’Italia, ma solo con regole su costi e benefici | L’editoriale di Emilio Carelli

La corsa europea alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale arriva in Italia, e con essa una domanda che non si può più rinviare: a quali condizioni?

È il cuore dell’editoriale firmato da Emilio Carelli su L’Espresso, che definisce la scommessa italiana “un’enorme opportunità, ma con un perimetro chiaro di regole, costi e benefici”.

Il quadro europeo

Come ricorda L’Espresso, l’Europa ha deciso di giocare una partita vera sull’intelligenza artificiale: sette AI gigafactory, grandi infrastrutture di supercalcolo destinate a diventare, entro il primo semestre del 2028, la spina dorsale della capacità continentale di alimentare data center in grado di sviluppare e addestrare sistemi di IA.

Una scommessa industriale da oltre 30 miliardi di euro, almeno due terzi dei quali dovrebbero arrivare da investitori privati.

Per l’Italia la posta è alta: Roma è in corsa con uno dei tre progetti di taglia più grande.

La corsa alle connessioni

Secondo il settimanale, nel nostro Paese si assiste a una corsa alle richieste di connessione che supera enormemente il numero di operatori solidi, dotati di capitali veri e di progetti realisticamente realizzabili.

L’affollamento delle domande, scrive Carelli, ha un obiettivo preciso: ottenere un titolo, una posizione in coda, un diritto di connessione da rivendere a caro prezzo a chi è più strutturato.

L’inchiesta de L’Espresso prova a rispondere a tre domande: come si sta comportando davvero il mercato dei data center in Europa e in Italia; quali regole saranno necessarie per non consegnare territorio, energia e acqua a chiunque presenti un progetto solo sulla carta; e quanto sia concreto il rischio di una bolla speculativa mondiale, alimentata da aspettative che crescono più in fretta della domanda reale.

L’impatto sui territori

Il nodo, sottolinea l’editoriale, riguarda dove si faranno le gigafactory e a quali condizioni.

Una struttura da centinaia di megawatt cambia un territorio più di una fabbrica tradizionale: consuma energia come una città media, richiede acqua per il raffreddamento, occupa suolo, riscrive i piani urbanistici e il valore degli immobili circostanti.

Può portare occupazione qualificata e filiera, oppure lasciare in eredità strutture e linee elettriche sovradimensionate.

A fare la differenza, secondo L’Espresso, sono trasparenza, contratti, partecipazione delle comunità e una politica industriale che non si limiti a dire sì.

Il confronto con gli Stati Uniti

Oltre Atlantico, intanto, la scala del fenomeno assume proporzioni quasi fantascientifiche.

Il settimanale cita Terafab, la gigantesca fabbrica integrata di semiconduttori presentata da Elon Musk in Texas: una superficie prevista intorno ai 9,3 milioni di metri quadrati, quasi tre volte Central Park, l’equivalente di millesettecento campi da calcio sotto un unico tetto, e una prima fase da circa 16,8 miliardi di dollari.

L’obiettivo dichiarato è produrre chip per l’intelligenza artificiale, i veicoli Tesla, i robot Optimus e le attività spaziali, riducendo la dipendenza dagli attuali produttori.

Non è ancora chiaro se Terafab diventerà realtà nelle dimensioni annunciate, osserva Carelli.

Ma il messaggio è netto: la competizione globale non riguarda più solo gli algoritmi, bensì chi controlla silicio, energia, reti e territorio.

La scelta dell’Europa

Per L’Espresso l’Europa deve ora decidere se accontentarsi di essere una provincia che concede connessioni e suolo, o se preferisce diventare un soggetto che stabilisce standard, protegge le comunità, lega gli incentivi a occupazione e ricerca e, soprattutto, rifiuta la speculazione sui titoli.

Le gigafactory, conclude l’editoriale, possono essere una grande occasione industriale ma anche una gigantesca bolla immobiliare, finanziaria ed energetica.

Tutto dipende dalle regole che si scrivono adesso, mentre la corsa è già cominciata.

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