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Ex Ilva, Angelo Colombini: «Cassazione decisiva per il futuro di Taranto, Genova e dell’occupazione»

Ex Ilva, il futuro dell’area a caldo nelle mani della Cassazione

Il futuro dell’ex Ilva di Taranto attraversa una fase decisiva. Il pronunciamento delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione sull’ordine di fermata dell’area a caldo potrebbe determinare non soltanto la continuità produttiva dello stabilimento pugliese, ma anche il destino occupazionale di migliaia di lavoratori e degli altri siti del gruppo siderurgico.

Al centro della vicenda si intrecciano la tutela della salute e dell’ambiente, le esigenze della produzione industriale, la sostenibilità economica degli impianti e la necessità di garantire un futuro ai lavoratori di Taranto, Genova e Novi Ligure.

Il quadro giudiziario è arrivato a un passaggio cruciale dopo l’azione inibitoria collettiva promossa da undici cittadini di Taranto. Nel luglio 2026, la Corte d’Appello di Milano ha disposto lo stop dell’area a caldo, subordinando la prosecuzione dell’attività alla rimozione delle circa 2.000 tonnellate di amianto ancora presenti negli impianti e all’individuazione dei livelli di emissione delle polveri sottili.

Il provvedimento richiama la necessità di tutelare la salute pubblica e l’ambiente, in linea con quanto stabilito dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Le amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia hanno presentato istanze di sospensione dell’efficacia esecutiva della decisione. Tuttavia, l’11 settembre e il 5 ottobre 2026, la Corte d’Appello di Milano ha respinto i ricorsi cautelari, ribadendo la prevalenza della tutela della salute rispetto alla continuità produttiva.

Cassazione, l’Avvocato Generale favorevole ad alcuni motivi del ricorso

Una novità significativa è emersa durante l’udienza del 20 ottobre 2026, davanti alle Sezioni Unite Civili della Cassazione.

L’Avvocato Generale della Cassazione si è espresso favorevolmente all’accoglimento di alcuni motivi dei ricorsi presentati dalle società, contestando il carattere irreversibile del blocco dell’area a caldo.

Nel suo intervento ha evidenziato la necessità di un bilanciamento tra la tutela della salute e la continuità della produzione industriale.

«Quello che manca nel decreto della Corte d’Appello di Milano, che ha disposto lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, è il bilanciamento tra tutela della salute e produzione industriale. La pericolosità dell’amianto è indiscussa, ma la Corte d’Appello si limita a desumere il pericolo senza accertarlo».

Si tratta di un passaggio rilevante, ma non ancora di una decisione definitiva. Al termine della discussione, infatti, i giudici si sono riservati di pronunciarsi.

Secondo il calendario indicato, il verdetto dovrebbe essere depositato entro il 25 ottobre, data oltre la quale, in assenza di annullamento o sospensione, il provvedimento di fermata degli altiforni diventerebbe esecutivo.

La posizione espressa dall’Avvocato Generale non vincola la Corte, ma introduce un elemento importante nel confronto giuridico sul futuro dello stabilimento.

Taranto, un solo altoforno e una produzione non più sostenibile

Anche un eventuale pronunciamento favorevole alla prosecuzione delle attività non garantirebbe automaticamente la ripartenza della produzione.

La situazione industriale dell’ex Ilva resta infatti estremamente critica.

Negli ultimi mesi soltanto l’altoforno 2 era in funzione. Attualmente l’impianto si trova in preriscaldo: non produce ghisa, ma viene mantenuto caldo per consentire un’eventuale ripartenza.

L’altoforno 4, le batterie e le cokerie risultano invece fermi da dicembre 2025.

Con un solo altoforno operativo e una produzione inferiore ai due milioni di tonnellate di acciaio all’anno, a fronte dei circa 20 milioni prodotti complessivamente in Italia, la sostenibilità economica dello stabilimento appare fortemente compromessa.

Il rischio è che la progressiva riduzione della capacità produttiva nazionale determini una crescente dipendenza dalle importazioni di acciaio da Cina, India, Giappone e Corea del Sud.

Una prospettiva che pone interrogativi non soltanto sul futuro dell’occupazione, ma anche sulla capacità dell’Italia di mantenere una produzione siderurgica strategica per l’intero sistema manifatturiero.

Decreto ex Ilva, nuove misure per la continuità degli impianti

Nel frattempo, il Parlamento ha approvato il nuovo decreto ex Ilva.

Dopo il via libera del Senato, anche la Camera ha approvato il provvedimento, che è quindi diventato legge.

Il decreto introduce misure urgenti finalizzate a garantire la continuità operativa degli impianti di interesse strategico nazionale.

Tra le novità figura una disciplina speciale relativa alle garanzie finanziarie per gli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti delle aziende in amministrazione straordinaria, previste dall’autorizzazione unica.

Si tratta di interventi che cercano di assicurare condizioni operative adeguate in una fase caratterizzata da forti incertezze giudiziarie, industriali e finanziarie.

Resta tuttavia aperta la questione fondamentale: individuare un piano industriale sostenibile, capace di garantire la continuità produttiva, gli investimenti necessari alla trasformazione degli impianti e la tutela dell’occupazione.

Ex Ilva Genova, la protesta dei lavoratori contro l’aumento della cassa integrazione

Le difficoltà dell’ex Ilva non riguardano soltanto Taranto.

Anche nello stabilimento di Cornigliano, a Genova, la situazione è diventata particolarmente tesa dopo la richiesta dei commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria di incrementare il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS).

La proposta prevedeva, per il sito genovese, il passaggio da 280 a 870 lavoratori interessati dagli ammortizzatori sociali.

La decisione ha provocato una forte reazione dei dipendenti e delle organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb.

I lavoratori hanno occupato l’area imbarchi dell’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova, richiamando l’attenzione sulle conseguenze occupazionali della crisi siderurgica.

La protesta è rientrata dopo l’intervento del Ministero del Lavoro, che ha confermato il congelamento della cassa integrazione alle condizioni originarie stabilite dal decreto di giugno.

Per Cornigliano resta quindi, al momento, il limite di 280 lavoratori, senza estensioni immediate.

La sospensione della protesta è arrivata anche in seguito alla convocazione di un confronto a Palazzo Chigi per il 27 ottobre, destinato ad affrontare il futuro produttivo e occupazionale dell’intero gruppo.

Taranto, Genova e Novi Ligure: una crisi industriale che coinvolge tutto il gruppo

Il destino dell’area a caldo di Taranto condiziona direttamente gli altri stabilimenti.

Il sito pugliese rappresenta infatti il fulcro del processo produttivo, mentre impianti come quelli di Cornigliano e Novi Ligure svolgono attività di trasformazione.

Un eventuale blocco definitivo della produzione a Taranto avrebbe quindi conseguenze sull’approvvigionamento delle materie prime, sull’organizzazione del lavoro e sul fabbisogno occupazionale degli altri siti.

È questa interdipendenza a rendere particolarmente delicata la fase attuale.

Da una parte, occorre attendere la decisione della Cassazione. Dall’altra, Governo, commissari e organizzazioni sindacali devono affrontare una crisi che interessa contemporaneamente la produzione, l’occupazione e la sostenibilità economica dell’intero gruppo siderurgico.

Il rischio è che l’assenza di una prospettiva industriale definita finisca per aggravare ulteriormente le tensioni sociali, coinvolgendo anche le imprese dell’indotto.

Ammortizzatori sociali e pensionamenti, il confronto al Ministero del Lavoro

Un ulteriore fronte riguarda le misure di protezione dei lavoratori.

Nel corso dell’incontro di martedì 20 ottobre al Ministero del Lavoro, le organizzazioni sindacali hanno affrontato il tema degli strumenti di accompagnamento alla pensione, con particolare attenzione ai lavoratori impegnati in attività usuranti e al ricorso alla cassa integrazione.

Le misure allo studio potrebbero trovare spazio nella Legge di Bilancio 2027.

I sindacati chiedono tuttavia un intervento più ampio, capace di garantire la copertura degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori coinvolti dalla crisi.

La richiesta riguarda anche i dipendenti delle aziende dell’indotto che registrano una riduzione del fatturato superiore al 50% nei rapporti con Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha orientato la gestione della fase attuale alla necessità di attendere il pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione prima di assumere ulteriori decisioni organizzative.

L’obiettivo è evitare che interventi sul personale vengano definiti prima di conoscere il quadro giuridico e produttivo nel quale dovranno essere applicati.

Il 27 ottobre a Palazzo Chigi il confronto sul piano industriale

Il prossimo appuntamento decisivo, dopo il pronunciamento della Cassazione, sarà il tavolo convocato a Palazzo Chigi per il 27 ottobre 2026.

Il Governo incontrerà le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb per affrontare il futuro dell’intero gruppo siderurgico.

Al centro del confronto dovranno esserci il piano industriale, l’approvvigionamento delle materie prime, la trasformazione ambientale degli impianti e le garanzie occupazionali.

Particolare importanza assumerà la definizione di una prospettiva di decarbonizzazione della produzione siderurgica, che dovrà necessariamente confrontarsi con i tempi degli investimenti, la disponibilità delle tecnologie e la sostenibilità economica delle attività.

Il nodo fondamentale resta quello di evitare che la crisi si trasformi in una perdita definitiva della capacità produttiva italiana.

Ex Ilva, salvaguardare salute, occupazione e futuro industriale dell’Italia

La vicenda dell’ex Ilva rappresenta uno dei passaggi più delicati della politica industriale italiana.

La tutela della salute e dell’ambiente costituisce un principio imprescindibile. Allo stesso tempo, la crisi di un complesso siderurgico di interesse strategico nazionale pone questioni rilevanti per l’occupazione, l’indotto e la competitività del Paese.

Il pronunciamento della Cassazione potrà chiarire il quadro giudiziario, ma non sarà sufficiente, da solo, a risolvere le difficoltà industriali e finanziarie degli stabilimenti.

Servono una prospettiva produttiva credibile, investimenti adeguati e strumenti capaci di accompagnare i lavoratori durante la trasformazione.

La sfida è trovare un equilibrio concreto tra diritto alla salute, sostenibilità ambientale, continuità industriale e tutela del lavoro.

Da questo equilibrio dipenderà non soltanto il futuro di Taranto, Genova e Novi Ligure, ma anche la capacità dell’Italia di conservare un ruolo strategico nella siderurgia europea.

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