Le nuove frontiere della disabilità passano inevitabilmente da un rinnovato modello culturale della stessa: se continuiamo a considerarle persone “diverse” difficilmente potremo ottenere quella inclusione che ne determina la cura e l’accettazione.
Da qui l’esigenza non più di curare bensì di prendersi cura di cittadini-utenti che richiedono percorsi particolari non perché li si consideri, viceversa, pazienti.
Ecco, anche, perché hanno bisogno non già del fisioterapista bensì del laureato in scienze motorie: il professionista ha di fronte un utente, non un malato.
Certo, si tratta di una rivoluzione culturale estremamente impegnativa e che richiede tempo e considerazione per la quale potremmo non essere ancora del tutto pronti ed attrezzati, ma che dobbiamo affrontare con convinzione ed entusiasmo.
Soltanto così cominceremo a dare contenuto concreto alla nuova formulazione dell’ultimo comma dell’art.
33 della nostra costituzione dove si afferma che “ la repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme “, con cui si riconosce l’impegno a favorire tutte quelle opportunità motorie e sportive che possono efficacemente contribuire a realizzare il fondamentale principio costituzionale rappresentato dal diritto alla tutela della salute. L’uno e l’altro si integrano perfettamente tra di loro e richiedono il superamento di ormai datate interpretazioni legate al riconoscimento di uno status come malattia e, quindi, bisognose di esclusivi interventi dei professionisti di settore. Il 30 giugno u.s. è scaduto il termine previsto dal PNRR per il raggiungimento dei prefissati obiettivi che hanno consentito di fruire di sostanziosi finanziamenti: non entro nel dibattito conseguente, ma sono convinto che la vera ed unica risposta la potremo avere nel tempo giudicando se l’inclusione auspicata in precedenza sia sia effettivamente realizzata o se ci siamo realmente adoperati perché la si realizzi in prospettiva. L’impegno delle istituzioni pubbliche e private che, di certo, non si sottraggono a questo richiamo ne determinano le condizioni fattuali in termini di infrastrutture e presidi. Ma da sole non bastano: si richiede personale adeguato, professionisti preparati e di supporto che siano in grado di trasmettere queste convinzioni, in primo luogo, alle famiglie: occorre educare ai diversi livelli casa scuola lavoro tempo libero. Occorre, quindi, partire dalla formazione, oggi più che mai carente anche di fronte alle imminenti sfide delle nuove tecnologie: c’è molto da fare e convinciamoci che siamo decisamente in ritardo e che dobbiamo necessariamente recuperare. Soltanto un indispensabile lavoro di squadra potrà determinare le condizioni perché si raggiungano queste nuove frontiere, e che non restino sulla carta con il risultato di aver disperso tempo e risorse. Le nuove generazioni non ce lo permetterebbero anche perché saranno loro ad assumersene l’onere senza averne responsabilità.
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