L’arcivescovo di Torino, in un’intervista a La Stampa, mette in guardia dagli effetti della digitalizzazione: “Ha reso le nostre esistenze sempre più ingolfate e alienate”
“Se l’uomo diventa strumento dobbiamo preoccuparci”.
Il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e ascoltato consigliere di Leone XIV, affida a un’intervista rilasciata a Giacomo Galeazzi per La Stampa una riflessione ampia sulle disuguaglianze, sull’intelligenza artificiale e sulla crisi di senso che attraversa l’Occidente.
Il punto di partenza è un dato che fa discutere: il 10% degli italiani possiede più del 60% della ricchezza.
Lo scrittore Gianrico Carofiglio ha proposto, proprio dalle colonne de La Stampa, di imporre una tassa sui grandi patrimoni.
Repole non entra nel merito tecnico, ma allarga lo sguardo: “Il Vangelo ci dice che il mondo è creato e che noi non apparteniamo a noi stessi, non siamo onnipotenti”.
Lo sperimentiamo, spiega, nella malattia, nella fragilità, nella morte.
“Quando ignoriamo questa realtà e non ci apriamo a Dio, quando non ci apriamo agli altri, finiamo presto o tardi in un vuoto di vita: cerchiamo di colmare con beni di ogni tipo, che non bastano mai”.
Per il cardinale uno dei principali problemi dell’Occidente è quello descritto dal sociologo Hartmut Rosa: “Nessuno sembra più sapere cosa sia una vita buona”.
Ed è qui che si innesta la questione economica: “Per stare a galla corriamo per accaparrarci beni, ma ciò porta sperequazioni, sempre più grandi e inquietanti”.
L’intelligenza artificiale e il tempo perduto
Sull’intelligenza artificiale Repole invita a non cadere né nell’entusiasmo né nel rifiuto.
“Come tutte le evoluzioni della tecnica, può portare grandi vantaggi, penso ai progressi nella cura delle malattie. Non possiamo però nasconderci due realtà gravi ed evidenti”.
La prima riguarda le ricadute dello sviluppo tecnico sulla vita quotidiana: “La digitalizzazione non ha fatto quello che prometteva, non ci ha regalato più tempo libero, più spazio di libertà da dedicare agli affetti, al contatto con la natura o al silenzio. Sta facendo il contrario: ci sta costringendo a correre e a non fermarci mai, ha reso le nostre esistenze sempre più ingolfate, alienate”.
La seconda riguarda la natura stessa dell’IA, che secondo l’arcivescovo “non è assimilabile alle innovazioni tecniche del passato”: “Non si comporta come strumento passivo nelle mani dell’uomo. Mentre la usiamo, siamo a rischio di essere usati. C’è molto da riflettere”.
Il ritorno della guerra
Il cardinale esprime preoccupazione anche per il riarmo dell’Occidente.
“Spaventa constatare che il termine guerra era stato bandito dal nostro vocabolario dopo due conflitti mondiali e invece oggi si torna a parlare della guerra come se fosse il modo normale di gestire i rapporti”.
E aggiunge: “Mi chiedo con quanta ansia crescano i giovani in un mondo già reso inospitale dalla crisi ambientale”.
I Santi sociali e la candidatura Unesco
La risposta, per Repole, sta anche nella memoria di Torino.
I Santi della carità, osserva, “direbbero che nel tempo dell’intelligenza artificiale stiamo perdendo l’intelligenza naturale”.
E una delle più grandi opere di carità oggi “è l’aiuto a pensare, perché ogni discorso non sia ridotto a slogan e contrapposizioni ideologiche, a colpi di tweet”.
Il riferimento è al cosiddetto “chilometro quadrato della carità”, l’area del quartiere Valdocco dove nell’Ottocento sorsero i primi oratori giovanili, le scuole e gli ospedali aperti agli ultimi, oggi ufficialmente candidata a diventare Patrimonio mondiale dell’Unesco.
“L’invenzione degli oratori giovanili, delle scuole e degli ospedali aperti ai miserabili è patrimonio dell’umanità perché in tempi lontani, quando i poveri erano abbandonati a sé stessi, dichiararono guerra alle ingiustizie”, spiega il cardinale.
“Anticiparono di un secolo il Welfare di Stato”.
Valori che superano i confini di Torino e dell’Italia, in una società multietnica e multiculturale: “Nel durissimo tempo che stiamo vivendo, con le sue grandi angosce, credo che meriti far conoscere al mondo l’esperienza di Torino fra il Settecento e l’Ottocento”, quando fiorirono uomini e donne “che si rifiutarono di rassegnarsi alle ingiustizie e decisero di camminare controcorrente”.
Nel Valdocco, racconta l’arcivescovo, i Santi torinesi si misero “in rete” per unire le forze e curare le ferite della società, un’esperienza unica in Europa con risultati straordinari.
Per sostenere la candidatura è stato firmato un protocollo d’intesa fra la Diocesi di Torino, gli enti locali e le fondazioni bancarie, per avviare un percorso che coinvolge anche il ministero dei Beni culturali.
Un’idea di progresso da ripensare
Il messaggio, secondo Repole, è di stretta attualità.
“Oggi siamo vittime di un’idea di progresso molto modesta”, afferma.
“Il paradigma culturale che si è imposto da tempo ci ha illusi che il progresso consista nell’avanzare all’infinito solo sul piano economico e su quello tecnico. Non è vero. Se tecnica ed economia non sono accompagnate da sviluppo morale, intellettuale, affettivo e relazionale, è inevitabile che si realizzi una regressione dell’umanità”.
In questo meccanismo, conclude, “siamo tutti vittime e carnefici. È indispensabile un ripensamento culturale”.
Le basi di questo ripensamento, ancora una volta, affondano nella Torino dell’Ottocento, dove si comprese “cosa può fare l’uomo quando punta i piedi e combatte per la vita”.
Repole cita i protagonisti di quella stagione: don Bosco e gli oratori per i ragazzi abbandonati, il Cottolengo con gli ospedali per chi moriva nelle strade, Murialdo e le scuole per i figli del popolo, i Marchesi di Barolo e l’accoglienza delle donne carcerate, Giuseppe Cafasso e la cura spirituale dei detenuti, Giuseppe Allamano e le missioni in Africa.
Opere che esistono ancora e che sono diventate internazionali, diffuse in 150 Paesi del mondo.
“Torino ne vide poi nascere anche altre, nei quartieri diversi, per iniziativa di figure come Francesco Faà di Bruno, Giovanni e Luigi Boccardo. Ebbero il loro punto di forza nell’amore e nella cura delle persone, prima che nella ricerca di rette sociali”.
Oggi invece, osserva, “pochissimi sono ricchi, a volte totalmente indifferenti, incapaci di compassione verso i fratelli, a dispetto di tantissimi poveri che trovano le porte chiuse della ricchezza, anche semplicemente che serve per sopravvivere”.
L’appello di Leone XIV
Sulla questione sociale richiamata dal Pontefice, l’arcivescovo esprime una speranza: “Speriamo e preghiamo perché l’episodio si risolva bene e rapidamente. Credo che tutti i popoli della Terra stiano stringendosi con grande affetto attorno a Leone XIV, perché hanno trovato in questo Papa un padre buono, mite, però fermo, capace di aprirci gli occhi, ciò che è indispensabile al mondo”.
Il quadro: 5,4 milioni in povertà assoluta
Le parole del cardinale si inseriscono in un contesto sociale segnato da numeri pesanti.
Come riporta La Stampa, in Italia sono 5,4 milioni le persone in povertà assoluta, e oltre 2,1 milioni le famiglie che non riescono a sostenere le spese per beni e servizi essenziali.
Una condizione che non risparmia nemmeno chi lavora: tra le famiglie operaie l’incidenza arriva al 14,3%, quasi il doppio rispetto alla media delle famiglie con persone occupate, seppur in calo rispetto al 15,6% registrato nel 2024.
Nel complesso, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie si attesta all’8%, in lieve calo rispetto all’8,4% dell’anno precedente, e al 9,3% tra le persone.
L’Unione nazionale consumatori, commentando gli ultimi dati Istat, parla di “numeri da Terzo Mondo, indegni di un Paese civile”.
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