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Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Ue per il Golfo: “Nel Golfo l’Italia può fare da ponte tra Medio Oriente e Ue. Sul campo largo serve chiarezza in politica estera”

L’ex ministro degli Esteri, oggi rappresentante speciale dell’Unione europea per la regione del Golfo, interviene alla Festa dell’ottimismo a Firenze: dalla crisi di Hormuz al ruolo di Meloni con le monarchie arabe, fino alle primarie del centrosinistra

Il Golfo come fronte caldo dell’energia mondiale, l’Europa chiamata a scegliere se diventare davvero un attore di sicurezza e un’Italia che, grazie ai rapporti personali costruiti dalla premier, può giocare un ruolo da mediatrice.

E poi, inevitabilmente, la politica interna: il campo largo, il Movimento 5 stelle e la sfida delle primarie.

Sono i temi toccati da Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Unione europea per la regione del Golfo, nell’intervista con Ruggiero Montenegro alla Festa dell’ottimismo del Foglio a Firenze, pubblicata integralmente dal quotidiano diretto da Claudio Cerasa.

La geografia come arma

Il punto di partenza è la nuova escalation nell’area, con gli Houthi tornati ad attaccare l’Arabia Saudita e la “tenaglia energetica” tra lo Stretto di Hormuz e Bab el Mandeb.

Di Maio parla di una fase in cui la geografia viene usata come un’arma: i pozzi di gas e petrolio della penisola arabica si affacciano sul Golfo e restano bloccati a Hormuz, mentre le rotte alternative, come le pipeline verso il Mar Rosso, finiscono sotto la pressione degli attacchi a Bab el Mandeb.

“Abbiamo dei partner nel Golfo sotto attacco, ma non sono in guerra con l’Iran. È nostro dovere difenderli”, afferma, ricordando che i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, insieme a Giordania e Iraq, sono tra i più colpiti dal conflitto che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran.

Le ragioni dell’ottimismo, secondo l’ex ministro, risiedono proprio nella risposta di molti governi europei: l’Italia ha schierato 500 militari in Arabia Saudita, la Francia ha lanciato una missione a protezione dei terminal di Aramco sul Mar Rosso, la Grecia ha messo a disposizione diversi asset e anche il Regno Unito si è mosso.

Un impegno che, sottolinea, serve a tutelare anche i nostri interessi, perché gli effetti della crisi si vedono alla pompa di benzina.

Cosa chiede il Golfo all’Europa

Di Maio individua tre domande che arrivano dalla regione verso Bruxelles.

La prima riguarda la capacità dell’Unione di esercitare la propria influenza per convincere le potenze regionali, non solo l’Iran ma talvolta anche Israele, a desistere da alcune azioni.

La seconda è quella di diventare un partner più solido sul piano della difesa e della sicurezza.

La terza è la connettività: i Paesi lungo la dorsale dell’energia, delle merci e dei dati stanno costruendo corridoi alternativi verso il Mar Rosso e il Mediterraneo, attraverso Siria, Libano, Israele o l’Oman.

Anche qui, secondo il rappresentante Ue, ci sono opportunità per le aziende europee.

Il nodo, però, è politico: “Lo sport migliore anche nelle capitali dell’Unione europea è attaccare l’Unione europea”, osserva, ricordando che le scelte su politica estera comune, alleanze industriali e infrastrutture di resilienza spettano agli Stati membri.

Il ruolo di Meloni

Interpellato sul rapporto tra il governo e i Paesi del Golfo, Di Maio riconosce alla premier un risultato: la presenza di Giorgia Meloni al summit delle monarchie sunnite a Manama, unica leader europea invitata, è a suo giudizio “uno degli eventi più sottovalutati della politica estera italiana”.

Nel Golfo, spiega, la leadership dell’Italia è apprezzata per tre fattori: l’importanza delle relazioni personali, che la premier ha compreso a fondo; la stabilità di governo, che permette alle controparti di avere per anni lo stesso interlocutore; e la capacità di dispiegare strumenti militari di difesa nei Paesi partner.

Oggi, aggiunge, la domanda non riguarda più la quantità di petrolio o gas ma il prezzo, e il vero tema è ragionare a lungo termine con chi ha influenza in aree come Libia, Sahel e Balcani.

Il M5s e il campo largo

Inevitabile il passaggio sul Movimento 5 stelle, che Di Maio ha lasciato.

Secondo l’ex leader, il punto oggi non è la disputa tra Grillo e Conte sull’identità del Movimento, ma “quello che il M5s pensa sull’Ucraina e sulla politica estera dell’Italia”.

Se il centrosinistra dovesse tornare al governo, osserva, al primo Consiglio europeo si troverebbe a votare pacchetti di sostegno a Kyiv, compresi gli stanziamenti militari: chiunque sia il ministro, dovrà decidere se porre il veto o votare a favore.

Da qui l’appello alla chiarezza: “Se c’è un diritto per gli italiani che deve essere tutelato in vista delle elezioni è creare coalizioni che siano stabili”.

Sulla leadership del campo largo, Di Maio ritiene che il metodo più semplice, in assenza di un compromesso, siano le primarie, e invita Elly Schlein e Giuseppe Conte a costruire una vera fondazione del centrosinistra, ricordando che il centrodestra beneficia ancora del lavoro fatto da Silvio Berlusconi trent’anni fa.

Alla domanda finale su chi preferisca tra la segretaria del Pd e il leader del M5s, Di Maio si sottrae con una battuta: non è chiamato a votare alle primarie e non è iscritto a nessuno di quei partiti.

E quando l’intervistatore ipotizza che le consultazioni possano essere aperte anche ai non iscritti, chiude ironico: “Non so se siamo già a questo livello del dibattito nel centrosinistra”.

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