Il premio Nobel per l’Economia 2025, intervistato da La Stampa, avverte: difesa, demografia e clima rischiano di pesare sui conti pubblici europei
L’economia della conoscenza non si può misurare con il metro dell’acciaio.
È questa la tesi di Joel Mokyr, premio Nobel per l’Economia 2025, che in un’intervista rilasciata a Fabrizio Goria per La Stampa smonta le narrazioni sul declino inesorabile del Vecchio Continente.
Secondo lo storico della Northwestern University, gli indici di produttività oggi in uso sono obsoleti, pensati per un mondo industriale ormai scomparso: “Il modo in cui calcoliamo la crescita ignora il tempo libero e i formidabili beni digitali gratuiti”.
Mokyr sarà tra gli ospiti del Festival internazionale dell’Economia di Torino, giunto alla quinta edizione e diretto da Tito Boeri, in programma dal 22 al 25 ottobre.
Il tema centrale di quest’anno è “Salvare lo stato sociale”, con un focus su demografia, sanità e disuguaglianze.
Il programma prevede oltre 130 eventi diffusi nel centro cittadino, con la Galleria Subalpina come nuova piazza della rassegna.
Attesi, oltre a diversi premi Nobel, anche il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta.
Un sistema di misurazione da ripensare
Per il Nobel, l’Europa vive molto meglio di quanto dicano i freddi numeri, ma all’orizzonte si addensano nubi scure: debito pubblico, inverno demografico e minacce alla democrazia rappresentano sfide rilevanti per la stabilità dei mercati globali.
“Stiamo sbagliando la misurazione in modo sistematico”, spiega Mokyr a La Stampa.
“I nostri parametri di produttività rappresentano un pessimo strumento per valutare la cosiddetta economia della conoscenza. Il sistema di contabilità del reddito nazionale è stato progettato decenni fa per un’economia basata su grano e acciaio”.
Se si producono materie prime, ragiona l’economista, è facile pesare, calcolare i prezzi e moltiplicare le quantità.
Ma nell’economia della conoscenza gran parte dei beni utilizzati su larga scala non rientra in questi schemi.
L’esempio è quello dei social media: hanno cambiato il mondo, nel bene e nel male, e vengono usati su scala di massa senza costare nulla all’utente.
“Fino a mezzo secolo fa avremmo pagato cifre enormi per una chiamata intercontinentale, mentre oggi questa stessa conversazione è del tutto gratuita. Questo immenso risparmio sfugge alla contabilità ufficiale”.
Tre fattori che minacciano i conti pubblici
Sui livelli record del debito globale e sui tassi di interesse elevati, Mokyr condivide i timori del Fondo monetario internazionale.
“Esistono tre fattori strutturali ineludibili che indicano un rapido peggioramento delle finanze pubbliche globali”, afferma.
Il primo è la spesa per la difesa: gli europei hanno compreso di non poter più dipendere dagli Stati Uniti per la propria sicurezza e dovranno finanziare i propri apparati bellici, affrontando costi ben oltre il 2% del Pil di cui si parla da anni.
Il secondo è la demografia: la quota di persone over 60 è destinata a crescere senza sosta e una fascia sempre più ristretta di popolazione in età lavorativa dovrà farsi carico di tasse più alte per sostenere le pensioni di chi si ritira, una dinamica che colpirà ogni nazione occidentale e asiatica.
Il terzo elemento è il cambiamento climatico, che richiede enormi investimenti infrastrutturali che il settore privato non può sostenere da solo.
“La combinazione di questi tre fattori provocherà un’esplosione incontrollata della spesa pubblica”.
L’ombra della Francia del Settecento
Le conseguenze, per i governi già indebitati, potrebbero essere pesanti.
“Con tassi di interesse al 4 o 5%, la situazione diventa insostenibile”, spiega il Nobel.
“Si arriva alla paralisi in cui i governi emettono nuovo debito al solo scopo di pagare gli interessi sul debito pregresso. Questa traiettoria porta dritti verso il collasso istituzionale”.
Il paragone storico è eloquente: “Basti pensare alla Francia degli anni Ottanta del Settecento. Lo Stato non riusciva più a onorare i propri debiti e la crisi innescò la Rivoluzione”.
Né la soluzione può arrivare da un contributo chiesto ai più abbienti.
“Non possiamo illuderci di risolvere il problema tassando solo i miliardari”, avverte Mokyr.
Iniziative simili, tentate in California o in Svizzera, portano a un gettito marginale e spingono i capitali a fuggire.
Le uniche soluzioni reali, per quanto impopolari, passano per un innalzamento dell’età pensionabile o per tasse diffuse su larga scala.
Le potenzialità inespresse dell’Europa
Nella competizione globale tra Stati Uniti e potenze asiatiche, l’Europa ha ancora carte da giocare.
“Detiene immense potenzialità inespresse, ma continua a essere zavorrata da una paralizzante inerzia istituzionale”, osserva l’economista.
Alcune piccole nazioni, come l’Estonia o la Finlandia, spingono con successo verso la frontiera tecnologica, mentre i Paesi più grandi affrontano barriere interne formidabili.
L’Italia, secondo Mokyr, rappresenta un esempio emblematico di questo paradosso: “Le vostre università formano un capitale umano di livello eccelso, ricercatori e scienziati formidabili”.
La via d’uscita indicata dal Nobel passa per l’istruzione e la ricerca.
“L’Europa ha urgenza di rivoluzionare il proprio sistema di istruzione superiore e di finanziare la ricerca di base in modo massiccio”, dice a La Stampa.
Occorre trattenere i talenti migliori e attrarne di nuovi dall’estero, offrendo condizioni competitive in laboratori all’avanguardia.
“Dopo il 1945 l’Europa ha abdicato al ruolo di leader tecnologico, delegando agli americani il primato dell’innovazione. Ora il quadro geopolitico è mutato in modo radicale”.
La Cina, ricorda, ha compiuto balzi in avanti incredibili nonostante l’assenza di democrazia, investendo risorse senza precedenti in ingegneria e intelligenza artificiale.
La conclusione è netta: “Se l’Europa non smantella le proprie rigidità strutturali, se non taglia i fili della burocrazia superflua e non permette al proprio capitale umano di guidare una rinascita tecnologica autonoma, si condannerà a restare una semplice spettatrice della Storia”.
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