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Mario Draghi, ex presidente della Bce: “La crescita è l’unica leva che resta all’Europa”

L’ex presidente della Bce alla Karl Brunner Lecture del Politecnico federale di Zurigo: senza integrazione e riforme sovranazionali, la sola disciplina di bilancio non basterà a tenere sotto controllo il debito.

La stabilità dell’euro non può reggersi soltanto sulle regole di bilancio e sull’indipendenza della banca centrale.

Serve la crescita, e la crescita è ormai l’unica variabile che l’Europa controlla davvero.

È il cuore dell’intervento che Mario Draghi ha pronunciato ieri al Politecnico federale di Zurigo (ETH), ospite d’onore della Karl Brunner Distinguished Lecture organizzata dalla Banca nazionale svizzera in memoria dell’economista elvetico padre del monetarismo.

Un discorso più tecnico del solito, centrato sulla politica monetaria, ma con un messaggio politico chiarissimo rivolto ai governi europei: assumersi la piena responsabilità della crescita, senza scaricarla sulla Banca centrale europea.

Il nodo: tassi contro crescita

Draghi è partito dalla lezione di Brunner: una banca centrale non può garantire da sola la stabilità dei prezzi se i governi accumulano debito in modo permanente.

Un principio scolpito nel Trattato di Maastricht – divieto di finanziamento monetario, clausola di non salvataggio, procedura per i disavanzi eccessivi – ma che nella pratica dipende dal rapporto tra il costo del debito e la crescita economica, il celebre «r meno g».

L’architettura europea, ha spiegato, poggiava su due ipotesi implicite.

La prima era che la crescita sarebbe arrivata da sé, soprattutto grazie al completamento del mercato unico: le regole fiscali presupponevano una crescita nominale del 5% l’anno, l’unica che consente a un deficit del 3% di stabilizzare il debito al 60% del Pil.

Ma mentre i bilanci erano vincolati da regole e sanzioni, la crescita «era in larga misura data per scontata» e il mercato unico non è mai stato completato.

La seconda ipotesi era che una banca centrale credibile e governi virtuosi avrebbero insieme abbassato i tassi.

Oggi lo scenario è rovesciato.

«Delle due forze che determinano il debito, il tasso di interesse è sempre più fissato al di fuori dell’Europa.

La crescita è l’unica che l’Europa può ancora influenzare», ha detto Draghi.

Stretta tra i dazi di Donald Trump, l’aggressività commerciale cinese e due guerre senza una fine in vista, l’economia europea – «la più aperta del mondo» – subisce tassi che rispondono a una sincronizzazione ormai globale.

Debito al 130% e risanamento

I numeri sono pesanti: il rapporto debito/Pil raggiungerà il 130% entro il 2040.

«Un certo risanamento di bilancio nel medio termine è inevitabile», ha ammesso l’ex premier.

«Tuttavia, se questo dovesse avvenire esclusivamente attraverso tagli alla spesa e aumenti delle imposte, è improbabile che produca i risultati necessari».

Perché «la disciplina di bilancio resta importante, ma non può isolare un governo dai cambiamenti dei tassi d’interesse globali».

La Bce e l’inflazione

Sul fronte monetario Draghi ha difeso le misure anticrisi di Francoforte: senza di esse, ha detto, l’Eurozona conterebbe 2,5 milioni di occupati in meno.

Ma «una banca centrale che si fa carico della crescita non è un assetto duraturo, e oggi non regge più».

Le priorità sono due: «La prima è controllare l’inflazione.

La seconda è evitare di indebolire la crescita più del necessario».

Da qui l’invito alla cautela sui rialzi dei tassi, che potrebbero sottrarre fra 1,1 e 1,3 punti percentuali di crescita nel periodo 2026-2028.

E un avvertimento: con il peggioramento della dinamica del debito, «i mercati inizieranno a mettere alla prova l’impegno della banca centrale».

In una fase di shock frequenti, ha aggiunto, scegliere il giusto percorso dei tassi «è in gran parte una questione di comunicazione».

La ricetta: riforme e intelligenza artificiale

La via d’uscita, per Draghi, passa dall’integrazione e non dai nazionalismi.

«Le riforme sovranazionali sono diventate la leva più importante per la crescita.

Un piano dettagliato è stato delineato nella relazione sulla competitività dell’Europa, e gran parte di esso è contenuto nella roadmap dell’Ue.

La prima cosa che dobbiamo fare è attuare tale tabella di marcia».

Il completamento del mercato unico, secondo le stime citate, potrebbe valere mezzo punto di crescita aggiuntiva all’anno.

La proposta più concreta riguarda l’intelligenza artificiale: un’adozione rapida potrebbe aggiungere fino a 0,4 punti alla crescita della produttività totale dei fattori nel prossimo decennio, ma per rendere l’Europa competitiva servono 1.300 miliardi di investimenti entro il 2030.

Per questo Draghi chiede di destinare 100 miliardi del prossimo bilancio europeo a ridurre il rischio degli investimenti nelle infrastrutture per l’IA.

Il modello svizzero

Non è mancato un omaggio al Paese ospite: l’Unione, ha detto, dovrebbe guardare all’esempio della Svizzera, una Confederazione e non una federazione, dove si è compreso che in alcuni settori gli obiettivi di crescita si raggiungono solo su larga scala.

La sfida, ha concluso Draghi, resta percorribile, a patto che i governi vogliano davvero puntare a una crescita che riguardi il continente e non i singoli Stati.

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