L’associazione chiede regole più severe per le richieste di allaccio a Terna: oltre 100 gigawatt di domande, ma solo l’1-2% si tradurrà in investimenti reali. La proposta: 500 euro per megawatt e una garanzia bancaria
Una corsa alle richieste di allaccio che rischia di ingolfare la rete elettrica e di rallentare chi vuole investire davvero.
Le domande presentate a Terna per collegare nuovi data center hanno superato i 100 gigawatt, una cifra che ha spinto l’Ida, l’Associazione Italiana Data Center, a un’iniziativa insolita: chiedere che i propri stessi associati paghino di più, come prova di serietà.
La proposta è già stata presentata all’Arera ed è accompagnata da una serie di regole più stringenti.
A illustrarla è Luca Beltramino, presidente di Ida, in un’intervista rilasciata a MF-Milano Finanza.
“Chi presenta una domanda dovrebbe avere almeno un progetto preliminare, indicare dove intende collegarsi alla rete, dimostrare la disponibilità del terreno e chiarire l’iter autorizzativo”, spiega Beltramino.
Secondo il presidente dell’associazione serve anche un calendario dei lavori che preveda la crescita graduale della potenza nel tempo: “Un data center da 100 megawatt può essere realizzato in cinque anni, per fasi.
Non ha senso impegnare tutta quella capacità subito”.
La proposta: 500 euro a megawatt e garanzie bancarie
Oggi, ricorda Beltramino a MF-Milano Finanza, bastano 2.500 euro per chiedere una connessione, indipendentemente dal fatto che si tratti di 100 o 200 megawatt.
L’Ida propone invece un contributo di 500 euro per ogni megawatt richiesto e una garanzia bancaria pari almeno al 50% del costo dello stallo di connessione, circa 450 mila euro.
Sopra i 100 megawatt la garanzia dovrebbe coprire l’intero importo.
Previsti anche versamenti progressivi sul contributo di connessione, con quote del 50% nelle diverse fasi del progetto.
Chi non rispetta gli impegni economici perderebbe automaticamente il diritto alla connessione.
Il motivo di tanta severità sta nei numeri: secondo le stime dell’associazione, appena l’1-2% delle richieste si tradurrà in investimenti effettivi.
L’Ida sta coinvolgendo anche il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e, secondo Beltramino, si potrebbe intervenire con un decreto legge, come già avvenuto per le rinnovabili.
Perché le richieste speculative danneggiano il settore
“Le richieste speculative allungano i tempi anche per gli operatori seri”, sottolinea il presidente di Ida.
“Terna sta facendo un ottimo lavoro, ma servono strumenti più efficaci”.
C’è poi un effetto collaterale: quei 100 gigawatt di domande hanno alimentato timori sproporzionati, favorendo le opposizioni locali ai nuovi impianti.
Beltramino punta il dito contro quelli che definisce “falsi miti” sui data center, a cominciare dai consumi d’acqua.
Il confronto con gli Stati Uniti, spiega, è fuorviante: in Italia si utilizzano sistemi di raffreddamento a circuito chiuso, in cui il liquido immesso all’avvio continua a circolare con consumi aggiuntivi minimi, mentre negli Usa si impiegano anche torri evaporative, molto più esigenti in termini idrici.
Inoltre le norme ambientali italiane sono ben più stringenti.
Quanto al consumo di suolo, l’80% degli impianti esistenti e di quelli in progetto si trova in aree industriali dismesse, che vengono recuperate e riqualificate.
Le prospettive del mercato italiano
Sul fronte della crescita, l’Ida prevede di raggiungere un gigawatt di capacità entro il 2028, sostenuto da circa 25 miliardi di investimenti già annunciati, in parte accompagnati da impegni con i clienti.
L’obiettivo per il 2031 è arrivare a 2 gigawatt.
Il potenziale è ampio: l’Italia rappresenta circa il 12% del Pil europeo e il 13% della popolazione, ma dispone soltanto del 4% della capacità dei data center del continente.
“Possiamo attrarre investimenti che altrove faticano a trovare spazio”, osserva Beltramino.
Il nodo, però, resta normativo.
“Tutti definiscono i data center strategici, ma nei fatti non vengono ancora trattati come tali”, denuncia il presidente di Ida a MF-Milano Finanza.
Mancano regole uniformi e investimenti adeguati nella rete elettrica.
Per questo l’associazione porterà le proprie ragioni direttamente nei territori, con incontri nei Comuni e all’assemblea nazionale dell’Anci.








