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Renato Brunetta, presidente del Cnel, sul Pnrr: “disciplina virtuosa, il metodo deve restare nella PA”

La Relazione sui servizi pubblici presentata a Villa Lubin: migliorati digitalizzazione, reclutamento e servizi, ma resta la sfida di consolidare i progressi. Pesano la PA “a due velocità”, la carenza di competenze e i salari sotto la media europea.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza si chiude, ma il suo metodo deve sopravvivergli.

È il messaggio che il presidente del Cnel, Renato Brunetta, affida a un intervento pubblicato su Il Sole 24 Ore, in occasione della presentazione a Villa Lubin della Relazione annuale sui servizi pubblici, inviata a Parlamento e Governo.

“Per cinque anni le amministrazioni italiane hanno lavorato con il cronometro dei target e delle milestone in mano”, scrive Brunetta sul quotidiano economico.

“Ogni sei mesi una verifica, ogni rata europea legata a un risultato”.

Ora la domanda è se quella “disciplina virtuosa” resisterà alla fine del Piano.

La risposta della Relazione, secondo il presidente del Cnel, è netta: nella pubblica amministrazione il Pnrr ha lasciato soprattutto un metodo di lavoro, che ha già cominciato a generare altre riforme.

Uno stress test superato

Il Pnrr, osserva Brunetta su Il Sole 24 Ore, ha funzionato come “un grande stress test della capacità amministrativa del Paese”, chiedendo agli uffici pubblici di rispettare tempi definiti, obiettivi misurabili e impegni concordati con Bruxelles.

La Corte dei conti ha rilevato un’attuazione sostanzialmente in linea con gli impegni, e le stime richiamate nella Relazione attribuiscono al Piano, nella media del periodo 2021-2025, circa un punto di Pil di crescita aggiuntiva all’anno.

La prova ha riguardato anche la politica: impostato dal governo Conte II, rivisto e avviato dal governo Draghi, il Piano è stato poi modificato e portato a compimento dal governo Meloni.

“Esecutivi di segno diverso hanno lavorato sullo stesso disegno rispettandone obiettivi e scadenze”, sottolinea Brunetta, che vede in questa continuità forse l’eredità istituzionale più importante.

Dal Patto del 2021 al Piao

Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione nel governo Draghi, ripercorre le tappe: il Patto per l’innovazione del lavoro pubblico firmato a Palazzo Chigi nel marzo 2021 con le confederazioni sindacali, l’assunzione dei mille esperti per semplificare le procedure di Regioni ed enti territoriali, i decreti sul reclutamento e il nuovo modello dei concorsi “non più carta e penna”.

E ancora il portale unico inPA, il Piano integrato di attività e organizzazione (Piao), i nuovi profili professionali, il programma Syllabus per la formazione digitale e il lavoro agile ricondotto alla programmazione degli uffici.

Una stagione che, secondo l’analisi, riprende l’impianto del decreto legislativo 150 del 2009, che aveva messo la performance al centro del lavoro pubblico.

Il Piao, in particolare, ha riunito in un unico documento triennale i tanti piani che ogni ente redigeva separatamente, dal fabbisogno di personale alla formazione, dalla prevenzione della corruzione al lavoro agile.

I numeri del cambiamento

Il reclutamento è l’esempio più evidente.

Oggi un concorso pubblico si chiude in media in circa sei mesi, contro i due anni necessari prima della stagione di riforme.

Il portale inPA conta 2,7 milioni di iscritti, più della metà con meno di quarant’anni, e nel 2025 sono stati messi a bando circa 204 mila posti.

Sul fronte della formazione, la piattaforma Syllabus, partita nel febbraio 2022, supera il milione di utenti e conta più di 7.400 amministrazioni aderenti.

Le carte d’identità elettroniche hanno superato quota 47 milioni, oltre il traguardo fissato dal Piano.

Nell’ultimo rapporto della Commissione europea sul Decennio digitale, 13 indicatori su 15 segnalano per l’Italia andamenti molto positivi.

Gli effetti si vedono anche nei servizi: il programma Garanzia di occupabilità dei lavoratori ha superato i tre milioni di beneficiari, gli organici dei centri per l’impiego sono cresciuti di un quarto, l’abbandono scolastico precoce è sceso all’8,2 per cento.

Assistenza domiciliare e telemedicina hanno portato più cure nelle case, mentre i nuovi autobus finanziati dal Piano equivalgono a quasi un quarto dei mezzi in circolazione nel 2020.

La stessa logica ha superato i confini della PA: le nuove regole europee di bilancio consentono di allungare il percorso di aggiustamento dei conti in cambio di riforme e investimenti verificabili, e la Legge 41/2023 ha reso strutturali i tempi certi di pagamento ai fornitori da parte degli enti pubblici.

Una PA a due velocità

Non tutto, però, procede allo stesso passo.

La Relazione restituisce l’immagine di una pubblica amministrazione “a due velocità”.

I ministeri continuano troppo spesso a lavorare per silos, frenando la condivisione dei dati, e persistono resistenze nel passaggio dai vecchi centri di elaborazione locali al Polo strategico nazionale.

Le difficoltà maggiori si concentrano nei comuni più piccoli e negli interventi a più alta complessità gestionale, come edilizia scolastica, asili nido e rigenerazione urbana.

Il Mezzogiorno, invece, ha mostrato in numerosi ambiti un’elevata capacità di esecuzione: la vera linea di frattura, si legge, non è geografica ma riguarda la capacità amministrativa dei singoli enti.

Resta aperta la partita del capitale umano.

Le competenze digitali di base della popolazione sono sotto la media europea e la quota di specialisti informatici è addirittura diminuita.

Le amministrazioni faticano ad attrarre ingegneri, informatici e statistici, e troppi vincitori di concorso rinunciano al posto.

Cronica anche la carenza di personale sanitario, negli ospedali come nei nuovi presidi territoriali finanziati dal Pnrr.

La Relazione segnala inoltre livelli salariali sotto la media europea in diversi comparti, dalla sanità alla scuola, con stipendi che nelle grandi città faticano a reggere il costo della vita.

Anche la percezione dei cittadini mostra luci e ombre: quasi uno su due segnala difficoltà a raggiungere il pronto soccorso, e nei piccoli comuni la quota sale a quasi tre su quattro.

Dal “metodo Pnrr” al “metodo permanente”

La sfida dei prossimi anni, conclude Brunetta su Il Sole 24 Ore, è trasformare l’accelerazione di una stagione straordinaria in capacità ordinaria dello Stato: il “metodo Pnrr“ deve diventare un “metodo permanente” di amministrazione e di governo.

Il primo terreno è l’interoperabilità: le banche dati devono dialogare e il principio del once only deve evitare che cittadini e imprese forniscano più volte gli stessi dati.

Il secondo è il rapporto con chi usa i servizi, anche grazie all’intelligenza artificiale, nel passaggio dagli output agli outcome che fa da filo conduttore alla Relazione.

Sul fronte della semplificazione, i dati del Cnel elaborati su fonti del Dipartimento della funzione pubblica indicano che nel 2025 le procedure semplificate hanno riguardato soprattutto le attività produttive (21, pari al 35,6 per cento del totale), seguite dai servizi al cittadino (8) e da turismo e cittadinanza digitale (6 ciascuno).

“Il Pnrr si chiude.

Il suo metodo deve restare”, è la chiosa del presidente del Cnel, fiducioso che Governo e Parlamento faranno la loro parte “per una pubblica amministrazione finalmente alleata ai cittadini-clienti.

Target e milestone, appunto”.

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