Il direttore generale Paolo Angelini alla Giornata del credito: le rinnovabili sono ormai competitive, ma all’Italia servono regole stabili, autorizzazioni più rapide e una definizione semplice di prestito “verde”
L’energia torna al centro della competitività del Paese, e il sistema finanziario è chiamato a fare la sua parte, senza però illudersi di poter decidere da solo la rotta.
È il messaggio lanciato da Paolo Angelini, direttore generale della Banca d’Italia, nel suo intervento alla Giornata del credito, dal titolo “L’energia come leva della competitività: il ruolo del sistema finanziario”.
Un’economia ancora vulnerabile
Secondo Angelini, la guerra in Ucraina e, più di recente, la crisi di Hormuz hanno mostrato “plasticamente” che l’economia mondiale resta esposta agli shock di offerta.
Shock che alimentano l’inflazione, erodono il reddito reale delle famiglie, frenano gli investimenti delle imprese e impongono interventi pubblici onerosi.
Per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, si aggiunge la vulnerabilità climatica: il continente e il Mediterraneo si riscaldano più rapidamente del resto del pianeta.
Due fragilità che, per il numero due di Palazzo Koch, richiedono una “doppia transizione”, fondata su elettrificazione, fonti a bassa intensità carbonica ed efficienza energetica.
I numeri della transizione
Il quadro internazionale richiamato da Angelini, sulla base delle stime dell’Agenzia internazionale per l’energia, è quello di una domanda ancora in crescita: nel 2035 quella mondiale di energia sarebbe tra l’8 e il 14 per cento superiore ai livelli attuali, trainata da India e Sud-est asiatico.
Gli investimenti complessivi nel settore dovrebbero superare quest’anno i 3.400 miliardi di dollari, per due terzi destinati all’energia pulita.
La domanda di elettricità, cresciuta di circa il 3 per cento l’anno nel decennio 2015-2024, aumenterebbe del 7 per cento tra il 2025 e il 2027, spinta anche dai data center, che già assorbono l’1,5 per cento dei consumi mondiali e sono destinati a raddoppiare entro il 2030.
Nel 2026 le rinnovabili dovrebbero raggiungere il 37 per cento della produzione elettrica globale, superando il carbone come prima fonte.
L’Italia, però, arranca.
Le nuove installazioni crescono, soprattutto nel fotovoltaico, ma restano sotto la media europea e sotto gli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima: nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41 per cento della produzione elettrica, contro il 49 per cento della media Ue.
Il “trilemma” si attenua
Sul piano dei costi, Angelini osserva che la diffusione delle rinnovabili non dipende più soprattutto dagli incentivi, ma dal calo dei costi e dal progresso tecnologico: tra il 2010 e il 2024 il costo di installazione del fotovoltaico è sceso di circa l’87 per cento, quello delle batterie su scala industriale di oltre il 90.
Il cosiddetto “trilemma energetico” – conciliare sostenibilità, prezzi accessibili e sicurezza delle forniture – “non è più così netto”.
Per un Paese come l’Italia, con prezzi finali dell’elettricità elevati e un prezzo all’ingrosso fissato dall’offerta marginale, più rinnovabili, accumuli e reti potrebbero ridurre le ore in cui il prezzo è determinato dalle centrali a gas.
Quanto alle nuove dipendenze legate a tecnologie e materie prime critiche, concentrate in pochi Paesi – la Cina detiene circa l’85 per cento della capacità produttiva mondiale del fotovoltaico – il direttore generale sottolinea una differenza decisiva: i fossili richiedono flussi continui di importazioni, mentre gli impianti rinnovabili, una volta realizzati, durano decenni.
Resta aperto il nodo dell’intermittenza.
Le soluzioni passano per accumuli, interconnessioni, gestione della domanda e fonti complementari, dal gas al nucleare.
Su quest’ultimo Angelini è prudente: per l’Italia “contributi apprezzabili potranno arrivare nel lungo periodo”, e l’atomo non libererebbe comunque l’Europa dalle dipendenze su tecnologia e combustibile.
Decisivo, piuttosto, un quadro regolamentare chiaro e stabile, che non si sostituisca al mercato nella scelta delle tecnologie.
E un’accelerazione su autorizzazioni e connessioni, anche coinvolgendo le comunità locali nei benefici degli impianti.
Il ruolo della finanza
La stagione in cui la finanza sostenibile sembrava poter essere la leva principale della transizione, secondo Angelini, “appare superata”: gli investitori restano guidati soprattutto dal rendimento corretto per il rischio.
Il compito delle autorità è dunque mettere il sistema finanziario in grado di valutare con precisione rischi e opportunità, con regole stabili e informazioni di qualità.
In questo senso il direttore generale giudica un “passo indietro” il pacchetto Omnibus del 2025, che ridurrebbe da circa 8.000 a circa 1.000 le imprese italiane soggette agli obblighi di rendicontazione di sostenibilità.
Sul fronte delle famiglie, che pesano per un quarto sui consumi finali di energia del Paese, i mutui “verdi” sono raddoppiati tra il 2022 e il 2024, arrivando al 12 per cento delle nuove erogazioni.
L’evidenza indica che questi prestiti sono meno rischiosi, perché chi investe in efficienza è più resiliente agli shock dei prezzi.
Ma la complessità della Tassonomia europea e la scarsità di dati – in Italia anche l’accesso limitato agli attestati di prestazione energetica – ne frenano lo sviluppo.
Per questo la Banca d’Italia ha pubblicato una proposta di definizione semplificata di prestito “verde”, che sarà portata ai tavoli europei: evidenze più solide sulla minore rischiosità potrebbero giustificare requisiti di capitale più bassi e innescare “un circolo virtuoso”.
Per le imprese, Angelini cita la stima di Cerved secondo cui sfruttare pienamente i tetti dei capannoni esistenti raddoppierebbe la capacità fotovoltaica installata, con un investimento tra 30 e 36 miliardi di euro, “assai rilevante ma realizzabile” grazie a formule come i contratti pay-as-you-save, i contratti di prestazione energetica e i power purchase agreement.
Strumenti in crescita ma ancora poco diffusi, soprattutto tra le Pmi, che più delle grandi aziende segnalano difficoltà di accesso al credito: serve, avverte, “un rinnovato sforzo” del sistema bancario.
Nessuna scorciatoia sulle bollette
Nelle conclusioni, Angelini avverte che sul costo dell’energia “non vi sono scorciatoie”.
Misure temporanee e mirate possono proteggere le famiglie vulnerabili e le imprese più esposte in caso di shock, mentre interventi generalizzati e prolungati brucerebbero risorse pubbliche senza ridurre la dipendenza dall’estero.
La risposta strutturale è ampliare più rapidamente l’offerta di elettricità a basso costo e basse emissioni, investire in reti, accumuli e interconnessioni europee, migliorare l’efficienza.
Tra le ipotesi sul tavolo, lo spostamento sulla fiscalità generale degli oneri impropri della bolletta, da valutare con attenzione rispetto alla sostenibilità dei conti pubblici.
Il sistema finanziario, ha concluso il direttore generale della Banca d’Italia, “ha il compito di accompagnare questo processo, non di guidarlo”: selezionare i progetti solidi, valutare correttamente i rischi e sostenere famiglie e imprese nei loro investimenti.








