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Il partito del pareggio, l’alibi di una politica che non vuole vincere | L’editoriale di Miguel Gotor, storico

In Italia esiste un partito che non si presenta alle elezioni, non ha simbolo né tessere, eppure è il più longevo e influente della politica nazionale.

È il “partito del pareggio”: quello a cui conviene che nessuno dei due schieramenti raggiunga una soglia di voti sufficiente a trasformare il risultato elettorale in un governo politicamente autosufficiente.

A descriverlo è lo storico Miguel Gotor in un editoriale su la Repubblica, che ne individua il “segretario ombra” in Jep Gambardella, il protagonista de La grande bellezza: quello che non voleva partecipare alle feste, ma avere il potere di farle fallire.

Nessuna Spectre, solo convergenza di interessi

Secondo Gotor non serve immaginare un complotto ordito in qualche salotto romano o milanese.

Basta la convergenza di interessi di chi trova più conveniente avere due poli incompiuti, leader sotto tutela e un Parlamento inconcludente ridotto a un votificio.

Ed è come se fosse entrata in azione una mano invisibile a cui non dispiacerebbe che le prossime elezioni non avessero un vincitore pieno, né a destra né a sinistra.

Vannacci a destra, le primarie a sinistra

Il meccanismo, osserva l’autore, è speculare.

A destra c’è il fenomeno Roberto Vannacci, che può sottrarre a Giorgia Meloni proprio i voti necessari a trasformare una maggioranza relativa in una vittoria piena.

In questa chiave andrebbe letta anche l’esposizione mediatica di cui il generale gode da mesi: un’attenzione che ne amplifica il peso e, con esso, la concorrenza alla destra di Meloni.

A sinistra lo strumento sono invece le primarie, che rischiano di esaltare in modo abnorme il tema della premiership a discapito dei programmi e delle cose da fare.

Il Pd, secondo Gotor, ci mette del suo polarizzando il dibattito: da sei mesi non c’è intervista in cui non si parli di primarie per scegliere un candidato premier, benché la Costituzione affidi al capo dello Stato la nomina del presidente del Consiglio, come se a un italiano “normale” potesse interessare qualcosa.

E le sorprese non mancherebbero: qualcosa potrebbe muoversi intorno a Beppe Grillo, con l’effetto di contenere Giuseppe Conte, mentre cresce l’attenzione su Silvia Salis, figura capace di sottrarre ossigeno a Elly Schlein.

L’eterno ritorno del salvatore

Si vogliono leader forti, ma non troppo, e coalizioni competitive, ma non autosufficienti.

Il pareggio, appunto.

Ed è proprio quando la politica pareggia, sostiene Gotor, che in Italia si assiste all’eterno ritorno del salvatore: il tecnico, il competente, il garante, l’uomo della necessità e dell’emergenza.

Cambiano nomi e contesti, ma la sceneggiatura resta la stessa: se la politica non riesce a decidere, qualcuno decide al posto suo.

Il problema è ciò che accade dopo.

La pulsione tecnocratica italiana ha quasi sempre avuto come contraccolpo una pulsione populista, spesso accompagnata da un ulteriore spostamento verso destra.

Dopo Monti esplose Grillo, dopo Draghi irruppe Meloni.

E dopo un eventuale nuovo governo tecnico, si chiede l’autore, chi arriverebbe?

Il beneficiario potrebbe essere proprio Vannacci, se saprà aspettare, o posizioni ancora più radicali, sospinte da una nuova ondata antisistema.

È il cortocircuito perfetto: si considera la politica inaffidabile e la si commissaria, il Paese percepisce il commissariamento e si radicalizza, e davanti alla radicalizzazione si invoca di nuovo una soluzione responsabile, moderata, tecnica.

Il giro ricomincia, ogni volta un po’ più lontano dal punto di partenza.

La parola agli elettori

A spezzare il circolo potrebbero essere gli elettori.

A sinistra, partecipando in massa alle primarie e consegnando al vincitore una legittimazione tanto forte da rendere difficile disarcionarlo il giorno dopo.

A destra, premiando eventualmente una Meloni capace di vincere senza dipendere dalla concorrenza radicale di Vannacci.

Non perché Meloni e Schlein, o Meloni e Conte, siano equivalenti, precisa Gotor, ma perché dovrebbe valere un principio comune: chi vince deve poter governare e chi governa deve risponderne agli elettori.

Impedire che la scelta popolare sia soltanto il primo tempo di una partita poi decisa altrove: per l’autore il tema centrale del nostro tempo, più che in passato, è l’autonomia delle classi dirigenti.

La domanda più scomoda

Resta allora una domanda, forse la più scomoda, perché interroga la qualità dell’attuale classe politica.

Se questo meccanismo continua a ripetersi nonostante i fallimenti e le reazioni che produce, è davvero solo un errore o un destino ineluttabile?

Oppure il partito del pareggio rischia di diventare un comodo alibi per non fare politica fino in fondo, assumendosi la responsabilità delle scelte e migliorando la qualità della propria offerta?

Il sospetto avanzato da Gotor è che a qualcuno un’Italia così faccia comodo: politicamente debole, elettoralmente inconcludente, permanentemente bisognosa di tutela e quindi meno autonoma nelle proprie scelte.

Trasformata nel cavallo di Troia necessario a continuare a indebolire il progetto europeo, frenandone il rilancio: un obiettivo sul quale si registra oggi un’impressionante convergenza di interessi a livello globale.

Perché il partito del pareggio, in fondo, non ha bisogno di vincere le elezioni.

Gli basta impedire agli altri di vincerle davvero.

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