La politica del XXI secolo potrebbe non dividersi più lungo la linea che per due secoli ha organizzato il dibattito pubblico.
È la tesi che Angelo Argento, presidente di Cultura Italiae, sviluppa in un intervento pubblicato su Avvenire il 9 ottobre 2026: il futuro della democrazia non vedrà più un confronto tra destra e sinistra, ma tra chi risponde alla paura semplificando il mondo e chi prova a governarne la complessità costruendo comunità politiche più ampie.
Il conflitto che attraversa tutti gli schieramenti
Secondo Argento, la nuova frattura dell’Occidente supera le categorie del Novecento.
Da una parte c’è chi promette di richiudere il mondo dentro i confini nazionali; dall’altra chi cerca risposte condivise a problemi che hanno ormai una dimensione sovranazionale.
Non si tratta, precisa l’autore, di populismo contro élite, ma di “politiche populiste contro politiche popolari”.
La forza delle risposte populiste, osserva, nasce dalla capacità di offrire soluzioni immediatamente comprensibili a problemi enormemente complicati: recuperare sovranità, chiudere le frontiere, proteggere il mercato nazionale, ridurre il peso delle istituzioni sovranazionali, contrapporre il popolo alle élite.
Liquidare queste paure come irrazionali, avverte Argento, sarebbe il modo migliore per rafforzare chi le utilizza politicamente.
Il paradosso del nostro tempo
Il punto, però, è che le risposte semplici non rendono semplice la realtà.
Mentre una parte della politica propone di recuperare sicurezza restringendo lo spazio politico, quasi tutti i problemi decisivi stanno diventando più grandi degli Stati.
E a problemi sempre più grandi si rischia di rispondere con comunità politiche sempre più piccole.
Per distinguere le due visioni, Argento richiama la lezione del personalismo: prima di ogni appartenenza, di popolo, di nazione o di schieramento, viene la persona, con la sua dignità irriducibile e la sua vocazione alla relazione.
Popolare significa partire dalle persone senza trasformare il popolo in una massa impaurita.
La differenza, sintetizza, sta in due verbi: separare o unire.
Separare noi dagli altri, il popolo dalle élite, la nazione dall’Europa; oppure unire, cioè ricomporre interessi diversi, il rapporto tra generazioni, centri e periferie, crescita e protezione sociale, identità e apertura, sicurezza e libertà.
Sovranità e democrazia, due equivoci da sciogliere
Anche la parola sovranità, secondo l’autore, andrebbe liberata da un equivoco: essere sovrani non significa necessariamente decidere da soli, ma avere la forza necessaria per decidere davvero.
Per questo la risposta a una globalizzazione incompiuta non sarebbe la deglobalizzazione, ma la costruzione di istituzioni democratiche capaci di governare l’interdipendenza.
Allo stesso modo, la democrazia non coincide con il solo governo della maggioranza.
È separazione dei poteri, libertà dell’informazione, indipendenza della magistratura, pluralismo, corpi intermedi, tutela delle minoranze, limiti costituzionali al potere.
La sfida, scrive Argento, non è soltanto proteggerla da chi volesse abbatterla, ma impedire che venga progressivamente svuotata usando i suoi stessi strumenti: le elezioni conferiscono il diritto di governare, non la proprietà delle istituzioni.
Un confine che attraversa destra e sinistra
La conclusione non cancella le appartenenze tradizionali, ma riconosce un terreno che viene prima della normale competizione politica.
Il nuovo confine attraverserebbe tanto la destra quanto la sinistra: da una parte chi fa della paura uno strumento di mobilitazione e intende la sovranità come separazione; dall’altra chi cerca nella cooperazione tra popoli e aree geografiche gli strumenti per affrontare problemi comuni.
Non meno nazioni, dunque, ma nazioni più forti perché capaci di agire insieme.
“La democrazia, in fondo, non è mai stata una tecnica per eliminare la complessità”, conclude Argento.
“È il difficile tentativo di permettere a persone diverse di governarla insieme.”








