Il Capo di Stato Maggiore chiede droni, massa e autodifesa cognitiva. Ma tra burocrazia degli acquisti, Strade Sicure e circolari da firmare, il divario tra visione e realtà dei reparti resta ampio.
“Siamo in guerra.
Ibrida, ma pur sempre guerra”.
Con queste parole il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha aperto l’intervista rilasciata a Rinaldo Frignani per il Corriere della Sera.
Una diagnosi netta, che la testata specializzata InfoDifesa definisce “impeccabile”, pur sottolineando che la visione, da sola, non basta.
Tre guerre in una
Per Masiello l’Ucraina è un “tragico laboratorio” in cui si combattono contemporaneamente tre conflitti: quello convenzionale di carri, artiglierie e trincee; quello tecnologico, dominato da droni, missili ipersonici, guerra elettronica e attacchi cyber; e quello cognitivo, che trasforma la mente umana in “una porzione del campo di battaglia”.
A sostegno, il generale cita la crescita degli attacchi cyber gravi: quasi +50% nel mondo e oltre +40% in Italia, insieme a sabotaggi di cavi sottomarini, jamming satellitare, violazioni degli spazi aerei alleati e interferenze elettorali.
Non manca un’autocritica rara per un vertice militare: “per oltre vent’anni gli eserciti occidentali, il nostro compreso, si sono assuefatti all’illusione di una pace permanente”.
Il modello delle missioni di pace con lunghi preavvisi e teatri permissivi “non regge più”, perché la guerra “non chiede il permesso”.
Da qui la sintesi: “l’Esercito o è tecnologico o non è”.
Droni e procurement: settimane contro anni
Il dato più impressionante riguarda i cinquantamila droni Shahed lanciati dalla Russia sull’Ucraina nel solo 2025: sciami economici e sacrificabili che saturano i sensori e consumano munizioni pregiate.
È il principio dello “steel before flesh”, l’acciaio prima della carne.
La risposta dell’Esercito è l’autoproduzione nei reparti, con officine campali e stampa 3D, mostrata nell’esercitazione Aegis 26 a Monte Romano davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al ministro Guido Crosetto e alla sottosegretaria Isabella Rauti, con oltre 850 militari impiegati.
Il motivo, spiega Masiello, è che “la vita utile di questi apparati si conta in settimane, mentre i tempi di acquisizione richiedono anni”.
Lo stesso generale ammette che le procedure di acquisizione “sono state concepite per un mondo che si muoveva lentamente”.
Secondo InfoDifesa è proprio qui che si apre il divario: un drone FPV stampato in officina è una soluzione brillante, ma anche l’ammissione che la logistica ordinaria non riesce a fornire ciò che serve in tempo, mentre la base lamenta da anni carenze di ricambi, materiali di consumo e manutenzione.
“La stampa 3D del drone non può diventare l’alibi per non stampare la delibera”, osserva la testata.
Masiello chiede “un dialogo costante e diretto con l’industria” e ricorda che “la procedura non basta, serve il risultato”.
Il ritorno della massa e il nodo Strade Sicure
Secondo pilastro dell’intervista è il ritorno della massa: “Per anni abbiamo creduto che la qualità potesse compensare la quantità.
Non è così”.
Sul fianco Est la NATO chiede unità pronte subito: l’Italia guida il battlegroup multinazionale in Bulgaria ed è presente in Lettonia e Ungheria.
Ma l’aritmetica dei reparti racconta altro.
La Commissione Difesa della Camera ha approvato una risoluzione che impegna il Governo a portare Strade Sicure e Stazioni Sicure da circa 6.800 a 10.000 militari, con 3.200 unità aggiuntive anche nei 61 capoluoghi di provincia oggi sprovvisti.
Strade Sicure costa già 198 milioni l’anno, Stazioni Sicure altri 40.
Sono gli stessi soldati che Masiello vorrebbe addestrare alla guerra elettronica, al combattimento urbano e sotterraneo e all’impiego di UGV, con il drone “nello zaino come il fucile o la radio”.
Ogni militare in presidio statico, nota InfoDifesa, è sottratto all’addestramento e alla prontezza operativa.
Sul dibattito sulla leva, il generale avverte che si “discute dello strumento prima di aver messo a fuoco il problema”.
Il problema, però, non è solo quanti giovani sarebbero disposti a difendere il Paese (poco più di uno su sei secondo il Censis), ma anche quanti professionisti vengono lasciati liberi di prepararsi a farlo.
Autodifesa cognitiva: allenarla, non firmarla
Il terzo punto è il più innovativo: un vademecum di autodifesa cognitiva per tutto il personale, con quattro regole pratiche (fermarsi, controllare, confrontare, condividere), perché la disinformazione “prima ti emoziona e poi ti convince”.
Il rischio, avverte InfoDifesa, è che diventi l’ennesimo “foglietto da firmare per presa visione”.
L’autodifesa cognitiva richiede invece formazione ricorrente, simulazioni e supporto concreto in cyber-igiene, oltre a quella riforma culturale che Masiello stesso invoca: “innalzare la tolleranza al rischio e l’accettazione dell’errore”.
Intelligenza artificiale e atrofia cognitiva
Sull’IA il generale mette in guardia dall’“atrofia cognitiva”, dal “fidarsi ciecamente dell’algoritmo invece di ragionare”, e fissa un principio: “sarà sempre un essere umano a decidere sulla vita e sulla morte”.
Un’atrofia che ha anche una variante organizzativa, l’autoreferenzialità di chi considera le procedure esistenti “l’unico modo possibile di fare le cose”.
I conti della Difesa
Sul taglio di 8 miliardi alle spese extra della Difesa deciso dal Consiglio dei Ministri, Masiello rimanda alla posizione di Crosetto, rivendicando un Esercito “moderno, addestrato e tecnologicamente avanzato, con particolare attenzione anche ai settori del personale e dell’esercizio”.
Quell’“anche”, sottolinea InfoDifesa, è la parola da sorvegliare: personale ed esercizio sono storicamente i capitoli che pagano per primi.
Dalla Drone Challenge di Tor di Quinto, dove ha visto ventenni “fare cose che al nostro interno avremmo impiegato anni ad imparare”, Masiello trae la lezione più importante: “il contatto con il mondo civile non serve solo a farci conoscere, serve a farci cambiare”.
Ora tocca alla macchina amministrativa dimostrare di saper cambiare con la stessa velocità, perché la deterrenza reale si costruisce nei reparti, con mezzi che funzionano, ricambi che arrivano e personale che resta.








