Confindustria, Confcommercio e sindacati in allarme per l’innalzamento della soglia dei dipendenti. Gli artigiani rispondono: “La differenza la fa il titolare”
La riforma dell’artigianato spacca il mondo produttivo.
Come riporta Affari & Finanza de la Repubblica, in un articolo firmato da Rosaria Amato, la delega al governo per rivedere la legge quadro del settore, ferma al 1985, ha acceso uno scontro aperto tra le organizzazioni artigiane da una parte e Confindustria, Confcommercio e sindacati dall’altra.
Al centro della contesa c’è l’innalzamento dei limiti dimensionali che permettono a un’impresa di restare artigiana.
La delega, all’esame del ministero delle Imprese e del Made in Italy, è contenuta nella legge annuale sulle piccole e medie imprese (legge n. 34/2026), approvata il 7 aprile.
Da allora il confronto tra le organizzazioni imprenditoriali è stato molto acceso, fino a trasformarsi nelle ultime settimane in uno scontro aperto.
I timori di Confindustria e Confcommercio
Confindustria stima un “potenziale impatto sulla finanza pubblica superiore a un miliardo di euro” tra minori entrate contributive e fiscali.
La stima è condivisa da Confapi, che teme anche “una riduzione media delle retribuzioni superiore al 20%” nel caso in cui un contratto passi dal settore metalmeccanico a quello artigiano.
Anche Confcommercio solleva obiezioni: il vicepresidente Mauro Lusetti si augura che “i contenuti della delega al governo sulla riforma dell’artigianato non introducano ulteriori elementi di dumping”.
La posizione dei sindacati
Per ultimi sono intervenuti i sindacati.
La Cisl, con il segretario confederale Matteo Pirulli, “esprime preoccupazione per la possibile riforma delle imprese artigiane, che interviene sulla definizione e sui limiti dimensionali delle aziende con ricadute dirette sui contratti collettivi e sulle tutele dei lavoratori” e chiede “un confronto che valorizzi il ruolo di tutti i soggetti coinvolti”.
La segretaria confederale della Uil, Vera Buonomo, sostiene che “le ipotesi di modifica previste dalla riforma dell’artigianato destano preoccupazione per le possibili conseguenze sui salari, sui diritti e sulle condizioni di concorrenza tra le imprese”.
Sulla stessa linea la Cgil: Francesca Re David parla di preoccupazione “per l’ipotesi di un significativo ampliamento dei limiti dimensionali, per le modifiche alla nozione di imprenditore artigiano e alla definizione di impresa, nonché per la possibilità di prevedere più unità locali e consorzi con imprese non artigiane”.
Le parole di Meloni e la scadenza della delega
Le prese di posizione dei sindacati sono arrivate dopo le rassicurazioni della premier Giorgia Meloni all’assemblea per gli 80 anni della Cna, il primo ottobre.
“Penso che un’impresa artigiana abbia il diritto di crescere restando quella che è, conservando la propria peculiarità.
Ragion per cui il governo intende andare avanti con la legge delega, con l’intenzione di consentire alle imprese artigiane con una reale storicità di aumentare il proprio numero di addetti senza per questo perdere i requisiti artigiani”.
Parole che hanno rassicurato gli artigiani, ma non del tutto.
La delega scade il 7 gennaio 2027, poco prima di quelle che potrebbero essere le prossime elezioni politiche, e il governo potrebbe scegliere la prudenza per non entrare in conflitto con Confindustria.
Il presidente Emanuele Orsini, a margine di un evento ad Ancona, ha ribadito: “Mi piacerebbe vedere lo stesso stipendio netto di un ragazzo che lavora o entra in un’azienda artigiana come quello di chi lavora in un’azienda industriale meccanica”, aggiungendo che “quando vedo che c’è un gap del 34% credo che bisogna fare delle riflessioni”.
Le ragioni degli artigiani
La riforma è stata chiesta dalle organizzazioni del settore, secondo cui il tetto attuale al numero dei dipendenti, che va da un minimo di 8 a un massimo di 40 per le imprese di trasporto (ma solo includendo gli apprendisti) per i settori delle lavorazioni artistiche, tradizionali e dell’abbigliamento su misura, è non solo anacronistico, ma anche una cappa che costringe a un nanismo che non fa bene neanche al Paese.
“Negare alle imprese artigiane di essere ricomprese nel perimetro delle piccole imprese”, spiegano in un comunicato congiunto Cna, Confartigianato e Casartigiani, “significa andare in direzione opposta rispetto a principi ormai consolidati a livello europeo.
La dimensione d’impresa e la natura artigiana non possono essere considerate categorie rigidamente contrapposte”.
A distinguere un’impresa artigiana da tutte le altre, ricorda il presidente di Confartigianato Marco Granelli, “è la partecipazione attiva del titolare al processo produttivo”.
L’impresa artigiana “nasce intorno alla capacità e al saper fare del titolare che la crea”, a differenza di un’impresa fondata sul capitale.
In origine il settore chiedeva di essere incluso nel tetto riservato alle Pmi, 49 dipendenti, un’ipotesi che sembra però sfumata vista la forte opposizione del mondo imprenditoriale concorrente.
“Le norme attuali in discussione al Mimit prevedono in realtà solo un aumento di qualche unità rispetto al numero attuale dei dipendenti”, osserva il presidente di Cna Dario Costantini.
La riforma, aggiunge, “prevede una clausola di neutralità finanziaria: le imprese artigiane che, crescendo, supereranno le soglie ordinarie, applicheranno la medesima contribuzione prevista per le imprese industriali di pari dimensione”.
Quanto agli stipendi più bassi e al possibile dumping contrattuale, “i nostri contratti non sono pirata, ma firmati con le maggiori organizzazioni sindacali”, obietta Granelli, ricordando anche i benefici che i lavoratori del settore traggono dagli istituti della bilateralità, dalla formazione al welfare.
“Consentire a un’impresa di rafforzarsi conservando la propria identità non significa attribuirle una scorciatoia, ma permetterle di investire di più, migliorare la produttività, affrontare nuovi mercati e creare occupazione”, conclude Costantini.
Un settore in calo
Sullo sfondo c’è un comparto in contrazione.
Secondo i dati Inps elaborati dalla Cgia di Mestre, titolari, soci e collaboratori familiari dell’artigianato sono passati da 1,73 milioni nel 2015 a 1,29 milioni nel 2025: 434 mila in meno in dieci anni, pari a un calo del 25,1%.








