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Data center, la nuova frontiera della guerra: così la Russia scopre la fragilità della vita in Rete | L’analisi

Agenzie statali, trasporti e pagamenti digitali in tilt dopo gli attacchi ucraini ai centri di calcolo di Yandex. I supercomputer colpiti potrebbero richiedere anni per tornare operativi

Non solo raffinerie e depositi di carburante.

Nel conflitto tra Russia e Ucraina si è aperto un nuovo fronte, quello dei data center, diventati bersagli strategici capaci di mandare in crisi la quotidianità di milioni di persone.

È il quadro tracciato da La Stampa, che in un’analisi firmata da Anna Zafesova racconta come la guerra contro Internet stia riscrivendo i manuali militari.

Il blackout digitale

Secondo quanto riporta il quotidiano torinese, nei giorni scorsi la schermatura della Rete è apparsa a milioni di utenti, non soltanto in Russia.

Migliaia di cittadini russi non sono riusciti a ordinare una pizza, prenotare un taxi o pagare una bolletta tramite l’home banking.

In tantissimi hanno perso l’accesso ai propri dati archiviati nel cloud e diversi negozi online hanno dovuto sospendere l’attività.

Bloccati anche i servizi online di agenzie statali, i pagamenti digitali, i trasporti, le piattaforme di streaming di cinema e molto altro.

I disagi si sono estesi anche a Paesi come la Serbia e il Kazakhstan, dove operano numerosi servizi di Yandex, il colosso tecnologico che in Russia detiene di fatto il monopolio del mercato digitale.

Gli attacchi a Yandex

Come ricostruisce La Stampa, non si è trattato di un guasto temporaneo.

I droni ucraini hanno incendiato il data center di Yandex a Vladimir e, nei giorni precedenti, i militari di Kiev avevano preso di mira altre due centrali dati del gruppo, a Sasovo, vicino a Ryazan, e a Kaluga.

Strutture situate a meno di 200 chilometri da Mosca, ciascuna delle quali ospitava un supercomputer: Lyapunov, Chervonenkis e Galushkin, battezzati con i nomi di celebri matematici russi.

Yandex non ha confermato ufficialmente la distruzione degli impianti, ma un ingegnere, rimasto anonimo, ha spiegato al Moscow Times che i supercomputer potrebbero non tornare in funzione prima del 2027, o addirittura del 2028.

La Russia non li produce, e il boom dell’intelligenza artificiale ha allungato a diversi mesi le liste d’attesa per acquistarli, senza contare le sanzioni contro il Cremlino che ne ostacolano l’approvvigionamento.

La risposta di Zelensky

“Non siamo stati noi a iniziare, abbiamo solo risposto”, ha commentato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Secondo La Stampa, la “linea rossa” del non colpire le infrastrutture digitali era già stata oltrepassata il 23 settembre, quando missili e droni russi avevano attaccato uffici e sale server di diversi provider ucraini, in particolare Data Group, causando vittime e feriti nel centro di Kiev e lasciando senza connessione almeno 100 mila utenti nella capitale.

Gli attacchi sono poi proseguiti, fino a colpire il provider Tenet a Odessa, in pieno centro storico.

Il ministero della Difesa russo non ha smentito gli attacchi a edifici pieni di civili, e ha anzi diffuso una foto con un drone e la scritta “Detox digitale”, vantandosi di aver lasciato gli ucraini senza connessione.

Il boomerang del “detox”

Quel “detox”, osserva il quotidiano, rischia ora di tornare in Russia come un boomerang.

Sembra infatti che a tremare siano i data center di Sberbank, la principale banca russa, proprietaria di due supercomputer Christofari.

Zelensky è stato costretto a sospendere i raid contro le raffinerie russe, che avevano irritato Donald Trump, ma ora punta su infrastrutture che possono rivelarsi altrettanto strategiche.

I data center, spiega La Stampa, sono grandi, facilmente individuabili e molto vulnerabili.

Se per mettere fuori uso una raffineria servono attacchi massicci, per un data center è sufficiente danneggiare i sistemi di raffreddamento: il loro arresto può fermare i server in pochi minuti, con danni che si manifestano già oltre i 40 gradi.

A ciò si aggiungono la dipendenza dalla rete elettrica, la sostituzione dei trasformatori che può richiedere dai 18 ai 36 mesi e generatori diesel di riserva che garantiscono l’operatività per sole 24-72 ore.

Una vulnerabilità globale

Non a caso, ricorda il giornale, Paesi come Norvegia e Finlandia hanno cominciato a utilizzare miniere o rifugi scavati nella roccia per proteggere le proprie infrastrutture.

Soluzioni che però possono ospitare solo gli apparati per le comunicazioni strategiche: gli impianti dell’intelligenza artificiale sono troppo grandi.

Mentre gli esperti di diritto internazionale discutono su quanto sia lecito colpire strutture che gestiscono sia dati militari sia civili, senza possibilità di separarli, i data center stanno diventando i bersagli strategici più vulnerabili della nuova escalation.

Nell’infografica pubblicata dal quotidiano figurano, tra gli episodi recenti, anche sospetti attacchi informatici contro data center legati alla difesa e al governo negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, oltre al data center colpito a Kiev nel 2022 in un attacco missilistico.

L’ossessione del web sovrano

Gli ucraini, con un’amministrazione pubblica fortemente digitalizzata e app che avvisano in tempo reale degli attacchi russi, rischiano di trovarsi senza connessione proprio nei momenti più critici.

Ma, sottolinea La Stampa, la Russia è molto più esposta agli attacchi ai suoi centri dati.

A renderla fragile è l’ossessione di Vladimir Putin di costruire un “Internet sovrano”, controllabile dalla censura governativa, che ha costretto i provider a non utilizzare server all’estero.

Un dettaglio non secondario: secondo l’analisi del quotidiano, gli ucraini avevano adottato contromisure già nel febbraio 2022, quando nel primo giorno dell’invasione i russi avevano colpito i trasmettitori e cercato di paralizzare i server del governo di Kiev con il malware Acid Rain.

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