La premier rivendica in Parlamento la linea filo-ucraina e mette in difficoltà sia Vannacci sia il campo largo. Ma, secondo Alessandro De Angelis su La Stampa, alla sua visione manca ancora l’Europa come destino.
Non una “svolta” compiuta, ma una presa di posizione che pesa.
Così Alessandro De Angelis, in un commento pubblicato su La Stampa, legge gli interventi di Giorgia Meloni in Parlamento, definendo la premier “molto battagliera” sul dossier ucraino.
Per parlare davvero di svolta, osserva l’editorialista, mancherebbe un elemento decisivo: l’idea dell’Europa come destino comune.
Il nodo europeo
In un mondo dominato dagli imperi e dalla logica della forza, scrive De Angelis su La Stampa, l’Unione europea dovrebbe diventare una potenza innanzitutto politica, capace di incidere sugli equilibri globali.
La presidente del Consiglio, invece, continua a descrivere l’Ue come un soggetto esterno, un luogo in cui “stiamo” più che un’identità in cui “siamo”: una sorta di apparato regolatorio da cui ottenere margini di flessibilità quando serve.
È il paradosso, secondo il commentatore, di chi critica l’Europa, anche con qualche ragione, non in nome di una maggiore integrazione e di una sovranità europea, ma di un’Europa delle nazioni fondata sulle singole sovranità nazionali.
Cioè, esattamente, l’Europa che già esiste.
Il “come” del sostegno a Kiev
Eppure, riconosce La Stampa, il modo in cui Meloni ha ribadito il sostegno all’Ucraina non è affatto banale.
Un sostegno presentato non come un atto di carità, ma come una questione di valori e di sicurezza: a Kiev si difende un popolo oppresso e, insieme, i confini europei.
In una fase in cui Donald Trump ha di fatto riabilitato Vladimir Putin, alleggerendo le sanzioni sul petrolio russo e mettendo ancora una volta Volodymyr Zelensky sotto pressione, la posizione della premier rappresenta per De Angelis un elemento di tenuta, anche rispetto alla sua stessa area politica.
Nella stessa direzione va la proposta di individuare un negoziatore, possibilmente espressione di tutti i Paesi europei o, in alternativa, dei soli “Volenterosi”: una linea che, nota l’editorialista, ricalca quanto più volte sostenuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Più ancora delle critiche, garbate, all’amministrazione americana, a pesare sono le reazioni: quella risentita della portavoce del Cremlino e l’apprezzamento del leader ucraino.
Una postura di sfida
Sull’Ucraina, ricorda il commento de La Stampa, Meloni ha costruito fin dall’inizio una parte importante della propria credibilità internazionale, alternando momenti di orgoglio e di grande prudenza per non irritare Trump in nome della “relazione speciale” con Washington.
Questa volta, però, a colpire è la postura sfidante, mentre resta da sciogliere il nodo del prossimo decreto armi, ancora frenato dai distinguo interni alla maggioranza.
La premier ne ha fatto una questione politica e di principio, su cui misurarsi senza nascondersi dietro l’impopolarità del tema.
A partire dal confronto con Roberto Vannacci: il paragone tra la Russia di Putin e l’Unione Sovietica, osserva De Angelis, parla alla pancia anticomunista della destra, che conserva la memoria di Budapest e Praga, proprio sul terreno dei “patrioti”.
Il campo largo in difficoltà
L’altra partita si gioca nell’opposizione, dove secondo La Stampa è andata in scena l’ennesima débâcle del campo largo sulla politica estera.
Se Meloni affronta Vannacci, Elly Schlein non fa altrettanto con Giuseppe Conte, lasciandogli anzi dettare il passo, per il timore che l’alleanza si sfaldi.
La conclusione dell’editorialista è netta: sull’Ucraina l’alternativa italiana oscilla tra una tenuta necessaria ma non sufficiente e il nulla.
Se alla premier si può obiettare che il sostegno a Kiev non basta senza un’Europa capace di superare il diritto di veto e di dotarsi di una politica estera e di difesa comuni, per il campo largo l’obiezione si rovescia: un’Europa che rinuncia a Kiev è, scrive De Angelis, una declamazione priva di responsabilità, che finisce per assecondare il disegno di Trump e di Putin sulla pelle di un popolo che lotta per la libertà.
“Non proprio una cosa di sinistra”, annota.
Il giudizio più severo è riservato alla segretaria del Pd: mentre Meloni ha preso di petto la questione russa, Schlein si è astenuta sulla mozione di Conte contro l’invio di armi, pur avendo sostenuto quell’invio nella propria.
Una scelta che, conclude La Stampa, il popolo ucraino difficilmente apprezzerà.








