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Il basso valore aggiunto dei nuovi lavoratori | L’analisi di Giovanni Tria e Pasquale Lucio Scandizzo

Secondo Giovanni Tria e Pasquale Lucio Scandizzo, intervenuti su Il Foglio, il calo della produttività media non smentisce i buoni risultati del mercato del lavoro: è l’effetto dell’ingresso di nuovi lavoratori finora esclusi. La vera sfida è far crescere chi entra oggi con un basso valore aggiunto.

L’occupazione cresce, ma la produttività scende.

Un dato che, nella narrativa economica corrente, viene spesso usato per sostenere che l’economia italiana stia peggiorando.

È contro questa lettura che si scagliano l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria e l’economista Pasquale Lucio Scandizzo, che in un intervento pubblicato da Il Foglio parlano apertamente di “paradosso della media” e di una vera e propria “allucinazione interpretativa” dei dati Istat.

I numeri positivi

Negli ultimi anni, ricordano gli autori su Il Foglio, l’occupazione in Italia è cresciuta in modo robusto e continuativo.

Aumentano le ore lavorate e il numero degli occupati, cresce l’occupazione femminile, seppure meno di quella maschile, e quella giovanile.

Il tasso di disoccupazione diminuisce, mentre sale il tasso di occupazione e cala leggermente quello degli inattivi.

Restano, certo, i ritardi rispetto all’Europa: il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è intorno al 62 per cento, contro circa il 71 per cento della media Ue, il divario femminile è ancora più ampio e gli inattivi in età lavorativa sono nell’ordine dei 12 milioni.

Ma per Tria e Scandizzo questi dati non annullano quelli positivi: indicano piuttosto che c’è ancora molto spazio di miglioramento, su una strada che è finalmente quella giusta.

L’equivoco della produttività media

La critica più insidiosa, spiegano i due economisti, è quella che mette in evidenza il calo della produttività media, facendo passare l’idea che “in media ogni ora di lavoro genera meno prodotto rispetto a un anno fa” e che il modello di crescita italiano, basato sull’aumento della quantità di lavoro impiegata, abbia raggiunto il suo limite.

Sarebbe preoccupante, osservano, se lo stesso numero di occupati producesse meno.

Ma i dati non dicono questo: dicono che non tutti i nuovi occupati hanno una produttività pari o superiore a quella dei lavoratori già presenti, e che questi ultimi non hanno aumentato la propria produttività abbastanza da compensare quella, più bassa, dei nuovi arrivati.

L’esempio proposto su Il Foglio è volutamente elementare: se 100 occupati producono 1.000, la produttività media è 10.

Se se ne aggiungono altri 100 che producono 500, si avranno 200 occupati che producono in media 7,5.

La produttività media è diminuita, ma nessun occupato produce di meno e nessuna impresa ha perso efficienza: semplicemente ci sono imprese e lavoratori in più che prima non c’erano e che ora generano valore aggiunto e reddito, anche se in misura inferiore a quelli preesistenti.

La lezione di Phelps

Gli autori richiamano “Rewarding Work”, il libro pubblicato da Edmund Phelps nel 1997 e considerato ancora di piena attualità, dedicato al problema delle economie moderne di includere nel mercato del lavoro i cittadini con produttività molto bassa, che con salari commisurati a quella produttività rischierebbero di restare nella sfera degli emarginati o delle attività irregolari.

Il punto centrale sollevato da Phelps, ricordano, è il valore sociale dell’inclusione nel lavoro come fonte di stabilità.

E in un periodo in cui in molti Paesi europei crescono instabilità sociale, instabilità politica ed estremismo, l’Italia gode ancora, secondo i due economisti, di una invidiabile stabilità sociale e politica, anche grazie all’aumento dell’occupazione.

Cosa i numeri non misurano

Tria e Scandizzo sottolineano inoltre che, nei settori con minore produttività, un valore aggiunto per addetto più basso spesso non riflette una carenza di efficienza, ma un minore potere di mercato.

L’inclusione di lavoratori prima tenuti fuori dal mercato aumenta l’efficienza complessiva del sistema, riducendo i costi sociali dell’emarginazione e dell’esclusione, anche se questo non compare come aumento della produttività del lavoro.

Allo stesso modo, le stime della produttività non tengono conto di volontariato, lavoro di cura familiare, associazionismo civile e religioso e servizi pubblici, valutati nei conti al costo dichiarato e quindi esclusi per definizione da ogni possibile incremento di produttività, pur pesando in modo crescente sul benessere dei cittadini.

C’è poi la qualità del lavoro, che si traduce in accumulo di capitale umano e sociale: il lavoro, scrivono, non è soltanto un input ma anche un output del processo produttivo, capace di generare risultati non solo materiali ma anche di senso, inclusione, partecipazione e impegno.

La vera sfida

Il paradosso della media, concludono gli autori su Il Foglio, deriva da una sorta di abbaglio contabile, che non tiene conto del fatto che quando variano i totali varia anche la loro composizione.

Una produttività media che scende mentre crescono occupazione e ore lavorate è, in larga parte, l’effetto dell’ingresso nella produzione misurata di lavoratori e attività che prima ne erano esclusi: un fatto positivo, perché la partecipazione ha un valore sociale intrinseco.

La domanda giusta, secondo Tria e Scandizzo, non è perché la media scenda, ma come fare in modo che chi entra oggi con una produttività bassa non vi resti confinato domani.

È lì che si gioca la sfida della politica economica: formazione, organizzazione del lavoro, diffusione delle tecnologie, concorrenza nei mercati e nelle catene del valore, dove il basso valore aggiunto spesso riflette, più che l’inefficienza, il basso potere contrattuale delle imprese più deboli.

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