Una sconfitta repubblicana potrebbe trasformare il presidente in un'“anatra zoppa”. Ma guerre, imperialismi e protezionismi non dipendono solo da lui
Una pesante sconfitta del Partito repubblicano alle elezioni di midterm del 3 novembre appare ormai quasi certa.
È l’analisi che Federico Rampini firma sul Corriere della Sera, secondo cui, con l’insediamento del nuovo Congresso a gennaio, gli Stati Uniti entreranno di fatto nel “dopo Trump”.
Certo, quella americana resta una Repubblica presidenziale, in cui politica estera e difesa sono prerogative dell’esecutivo, e Trump avrà ancora due anni alla Casa Bianca.
Ma l’ultima parola sul bilancio spetta al Congresso: se dovesse tagliare i fondi al Pentagono, verrebbero a mancare i mezzi per proseguire la guerra con l’Iran.
Ed è proprio questo calcolo sul calendario politico, osserva Rampini, a spiegare il comportamento di Teheran.
Le attese sul verdetto di elettori americani palesemente insoddisfatti si diffondono anche in altre parti del mondo.
C’è chi spera che, una volta “castigato il bullo” e ridotto Trump alla condizione di “anatra zoppa” – destino comune alla maggior parte dei presidenti Usa nell’ultimo biennio del secondo mandato – i benefici si facciano sentire in tutte le crisi internazionali aperte, aprendo la strada alla ricostruzione di un ordine mondiale più stabile.
Speranze che, secondo il Corriere della Sera, hanno però spesso un difetto: esagerano il ruolo di Trump, come se guerre e caos fossero sempre riconducibili a lui.
L’Ucraina e le responsabilità europee Il primo esempio è l’Ucraina.
Putin, ricorda Rampini, gettò la maschera e cominciò ad attuare i suoi piani espansionistici già con George W.
Bush alla Casa Bianca, invadendo la Georgia nel 2008.
Proseguì annettendosi la Crimea con la forza nel 2014, sotto Obama, e infine invase l’Ucraina nel 2022, durante la presidenza Biden.
Tre presidenti americani diversi da Trump non riuscirono dunque a contenere il neonato imperialismo russo.
Peggio ancora fecero gli europei.
Fu dall’Europa che arrivò il no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, ventilato da Bush nel 2008, che probabilmente avrebbe impedito la guerra attuale.
Oggi è giusto vigilare sull’affarismo del duo Witkoff-Kushner, che gestisce per conto di Trump i negoziati con Putin.
Ma per mezzo secolo, sottolinea l’editorialista, è stato l’affarismo degli europei – tedeschi in testa – a finanziare Mosca e il suo riarmo: dal cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, che inseguiva la chimera di un’Urss pacificata a suon di investimenti e commercio, a Schröder e Scholz con la Russia post-sovietica.
Angela Merkel ignorò gli avvertimenti di Obama, che voleva fermare il gasdotto Nord Stream 2 e metteva in guardia contro l’eccessiva dipendenza dall’energia russa.
Oggi l’Europa aiuta Kiev, ma i missili russi che fanno strage di civili sono stati fabbricati con i soldi europei.
L’establishment Ue sembra aver finalmente preso le misure della minaccia di Mosca, ma nel frattempo ha lasciato che il disagio sociale alimentasse partiti di estrema destra apertamente russofili (AfD) o anti-Nato (Le Pen).
E non è detto che, nel dopo Trump, la coppia franco-tedesca sia determinata a fermare Putin.
Il Medio Oriente, una polveriera antica In Medio Oriente la guerra contro l’Iran è una delle cause del calo di popolarità di Trump.
Pur essendo gli Stati Uniti autosufficienti sul piano energetico, la logica dei mercati aperti fa sì che benzina e diesel rincarino alla pompa anche per gli automobilisti americani.
Ma l’Iran, ricorda Rampini, è una spina nel fianco di Washington da 47 anni, da quando la rivoluzione khomeinista giurò di distruggere Israele, di soggiogare i vicini arabi e di cacciare gli americani dall’area.
Dalla crisi di Suez (1956) alla guerra dello Yom Kippur (1973), fino all’invasione dell’Iraq sotto Bush Jr (2003), i conflitti mediorientali hanno sempre avuto la capacità di destabilizzare i mercati dell’energia o di scatenare crisi nell’Alleanza atlantica.
Gli errori di Trump sono innegabili e imperdonabili, ma sono più la norma che l’eccezione.
Chi rimpiange un “ordine perduto”, suggerisce l’editorialista del Corriere della Sera, dovrebbe leggere “The Cauldron” di Simon Sebag Montefiore, capolavoro di storia del Medio Oriente: guerre e conflitti etnici e religiosi erano costanti nell’area già all’inizio del Novecento, sotto l’impero ottomano.
Il risorgere di nostalgie imperiali turco-ottomane, persiane e arabe garantisce che i conflitti continueranno anche nell’ipotesi, irrealistica, che le superpotenze esterne si allontanino dalla regione.
L’asse Bruxelles-Pechino Infine, l’idea che il dopo Trump segni l’abbandono dei protezionismi e il ritorno all’età dell’oro della globalizzazione è smentita da quanto accade lungo l’asse Bruxelles-Pechino.
All’apice dell’insofferenza verso il “bullo della Casa Bianca”, alcuni europei arrivarono a invocare una grande alleanza Ue-Cina per isolare e punire l’America.
Eppure, nonostante i dazi, il mercato americano ha continuato a essere il più ricettivo e il più generoso di soddisfazioni, in particolare per il made in Italy.
Quello cinese, al contrario, ha continuato a chiudersi secondo una logica autarchica: la Repubblica Popolare vuole che il mondo intero dipenda da lei, senza dipendere da nessuno.
L’ultima vittima di questa “macchina da guerra” è l’industria automobilistica, tedesca e non solo.
Perfino i più liberisti tra gli eurocrati, così come la Confindustria tedesca, si sono pentiti delle ingenuità del passato.
Ancora due anni fa Berlino temeva i danni che Pechino avrebbe potuto infliggere se l’Europa avesse alzato barriere contro l’invasione di prodotti cinesi; nel 2026 teme ciò che può accadere all’industria tedesca se l’Europa non reagisce.
Il costo dell’inazione viene ormai giudicato superiore a quello delle rappresaglie cinesi.
La conclusione di Rampini è netta: il dopo Trump forse attenuerà i timori su un’America inaffidabile, imprevedibile e spesso apertamente ostile all’Europa.
Ma non basterà a garantire che l’Europa abbia aperto gli occhi su tutte le altre minacce che la circondano, e che sia decisa ad agire di conseguenza.








